Archivio mensile:aprile 2017

L’ultima zuppa

L’indirizzo era 405 East sulla Tredicesima Strada, angolo con la Prima, Lower East Side di Manhattan, dove sembrava fosse piovuta ruggine, sulle case basse e le scale antincendio. Uno stabilimento industriale trasformato in loft di lusso, lui c’era arrivato con l’assegno di un milione di dollari ricevuto dall’Università di Stanford in cambio del suo archivio. Finalmente poteva avere una grande cucina da ristorante per sperimentare, mescolare e soprattutto divertirsi con gli amici. Ora le sue liste della spesa, che precedevano i suoi pranzi, con la firma in calce, stanno sotto teca, e chi c’era alla sua ultima cena lo racconta nel film che ricostruisce la sua storia: “L’ultima zuppa di pesce”, un film del regista filippino Anthony Cholo Madsen che mette insieme le ore finali del poeta Allen Ginsberg, presentato al Tribeca Film Festival e molto applaudito (purtroppo in Italia ancora non c’è un distributore). Continua a leggere

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Per riappacificare i Mandela si sono mossi pure i Caschi blu dell’Onu

Dovevano essere i Kennedy invece sembrano i Sopranos. I Mandelas che litigano per tutto: dal marchio del vino a quello dell’abbigliamento fino al posto dove seppellire il nonno Nelson, lasciano pensare a scenari alla Kusturica con inseguimenti, risse, ricorsi in tribunale, vajassate napulitane made in Soweto e per giunta sotto gli occhi del mondo. Continua a leggere

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Michele Scarponi

Il ciclista sta

crocifisso ad un incrocio

tra il vento leggero

che parla delle sue tappe

e la bici scassata

– tra la vita e la cattiva sorte, Continua a leggere

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Era una Madonna

Il ragioniere Leopoldo Lava scriveva lettere a Silvana Mangano, che mai rispose. Quando l’attrice morì, tenne il lutto al braccio per un anno. A tutti ripeteva che la loro storia era cominciata in un bar, senza aggiungere altro. Ai più intimi arrivava a dire: «Era una Madonna». Con il tempo, compose tutta la scena: lei che entrava, lui che la guardava, convenevoli, lungo scambio di opinioni, invito a cena e tutto il resto. E se qualcuno chiedeva come mai non fosse partito alla volta di Cinecittà, faceva una pausa, si guardava intorno, e poi mormorava: «i suoi non volevano che sposasse un ragioniere, anche se lei aveva un passato da mondina, ambivano a qualcosa di meglio». Era rimasto nell’ombra, accontentandosi di «brevi, fuggevoli, incontri», e su incontri strizzava l’occhio.

[da “Il fuoco del mio paese. Biografie di gente dimenticata”]

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Il fascismo è stata un’americanata presa sul serio

«Vengo a sapere che il cappellaio di Mussolini ha venduto a degli americani di Filadelfia, per mille lire, il fez dell’ex duce. Gli americani si stanno accaparrando , come “souvenir” della campagna d’Italia, tutto il materiale plastico del caduto regime. L’antico carrettino ciociaro che tanto piaceva al turista è ora sostituito dal pugna della Milizia o della sciarpa littoria. Sono tutte cianfrusaglie che, in fondo in dono, agli americani un po’ piacciono. Piacciono non per le ragioni storiche per cui piacevano al ceto fascista, ma per quel gusto del clownismo e della maschera che è alla base della vita pubblica statunitense. A pensarci bene, infatti, il fascismo è stata un’americanata presa sul serio. E come americanata, quindi, è in un certo senso apprezzata dal sergente Smith che ci ride sopra, ma, in fin dei conti, la sciarpa littoria gli piacerebbe portarla…»

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