Archivio mensile:maggio 2012

A phone conversation

«Le strade prendono i nomi dei poeti che muoiono»
«Sì, e i bambini quelli dei nonni che li precedendo»
«Mi prendi in giro?»
«Abbastanza»
«Non ho mai saputo come chiamarla, è questo il problema?»
«Dici che è una questione nominale?»
«Anche»,
«Tu pensi che sia altro?»
«Sono convinto che non abbiamo nessun controllo sulla vita che ci tiene lontani da chi amiamo» «Potrebbe essere una indicazione»
«Mi stai dicendo che il destino funziona come il traffico?»
«Semplifichi»
«Sì, di continuo, vorrei capire, smettere di star male»
«Lasciami indovinare: vorresti una vita migliore?»
«Sì, una vita migliore, che c’è di male?» Continua a leggere

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Un banale nome tedesco

C’è un mutismo sprofondato nella lontananza dalla realtà, questa è Astou Diop, che parla poco, solo al lavoro. Tutte le mattine attraversa Dakar, si lascia il mare alle spalle e i bambini che giocano sulla sabbia di cui con uno sguardo solo riesce a vedere la fine, ma la morte ha poi è una data, non è sempre uguale per tutti nei secoli, stamattina ha visto anche una nave cargo enorme La Punta Indio, avvicinarsi alla terra e ha dovuto chiudere gli occhi per evitare che le uscisse il sangue dal naso, si è concentrata sul suo autista di cui sa già del cancro all’intestino dei prossimi mesi, per questo ha trasformato la sua prima corsa nel servizio di assistenza fino alla data prevista, ma non gli ha detto i motivi. Continua a leggere

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La versione di Yogesh

Eccoci qua, in posa, per il “Times of India”, mio fratello Ramesh, mia sorella Felicia, di fianco a mia madre Radhika, a seguire papà Suresh, e dietro, ci sono io, Yogesh: la famiglia Saldanha al completo, e siamo ricchi. In pratica metà Mumbai è nostra, e l’altra metà pure, è nostra indirettamente, siamo noi l’economia di questo posto, o almeno così la raccontano i giornali che sanno solo una parte della storia. Questa foto è stata scattata prima della mia partenza, ci tengo molto, sapete come quelle vecchie cartoline di città che poi sono cambiate, adesso sono un’altra persona, dopo sei mesi, sono dimagrito, ho i baffi e ancora più soldi. E il mio migliore amico è il tapis roulant, lo so, potrei fare di meglio, lo dice anche mio padre, ma è grazie a lui se ora sono diverso (al tapis non a mio padre), e oltre alle tante rupie ho intorno anche altro, cioè, io ora vedo anche altro, sarà per via del bilanciamento delle proteine. Ho cambiato città, non lingua, ambiente, non livello, alimentazione e abitudini, non capacità d’acquisto né di spesa. Continua a leggere

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The Future is Unwritten

C’è una giovane donna sulle scale. Dietro una porta aperta. Quelli che passano guardano le gambe, lunghe e scure, scoperte. Indossa un vestitino intero: leggero, aderente. Fiori a pioggia e spalle libere. Di quelli che stanno bene a poche. Ha capelli corti, arancioni da carota, e viso da bambina. Guarda in continuazione la strada. Oltre il campo di basket, il supermercato coreano, la sopraelevata marcia di piscio e rifiuti alla base. Sopra scorrono le auto. Qualche camion. In giro non c’è quasi nessuno. La sera è calda ma non stringe. Lei ha fretta e aspetta uno stramaledetto taxi. Benitez se la prende comoda come suo solito. Ha un ritardo di venti minuti sulla chiamata. Cochabamba 286. Quartiere San Telmo. RicevutoSpenta la radio ha orecchie solo per Joe Strummer. Continua a leggere

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I was confident

E se Kapuscinski sosteneva che l’Africa non esiste: troppo grande per poterla descrivere, possiamo dire che esistono i calciatori africani con il loro carico di storie che diverranno anche gol, poster, figurine, siti. Prendete Didier Drogba, racconta la Costa d’Avorio – meglio di Naipaul e dei suoi “Coccodrilli di Yamoussoukro” –  dove la sua esultanza con rotazione del bacino è diventata la drogbacite, le birre locali definite drogbas per dimensioni ed efficacia, e nessuno avrebbe immaginato tanto seguito quando lasciò il paese a cinque anni per andare a vivere con uno zio che giocava nelle serie minori del calcio francese. Una infanzia passata a guardare calcio europeo alla tv e a giocare tra Dunkerque e Abbeville, senza mai diventare francese e non era scontato. Continua a leggere

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