Archivi tag: Einaudi

Lissy: barocco tirolese

In un salto di vocale a volte ci può essere un universo. Georges Perec sottraendo la “e” ne “La Disparition” ne crea uno in levare. Luca D’Andrea con “Lissy” (Einaudi Stile Libero) aggiungendo una “e” al cognome del protagonista del romanzo, da Wegner a Wegener: ne crea uno che racconta il suo thrillerismo d’aggiunta, ovvero la generazione del barocco tirolese. D’Andrea ha una scrittura d’ansia, tutta frasi brevi e tanti a capo, ripetizioni e spiegoni, andate e ritorni con corda e moschettone: quasi temendo che al lettore possa venire un dubbio o che questi si allontani. Costruisce una cattedrale con innocente e virtuosa fissazione, un dinosauro sacro senza anima. Siamo nell’Inverno del 1974 in Sud Tirolo (si arriverà al 1994), la montagna come personaggio – comunque meglio di Cognetti – che è il tema dell’anno. Continua a leggere

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Hai presente un canotto mordicchiato da un dobermann

Non è un romanzo, “Ipotesi di una sconfitta” (Einaudi), ma un lungo elenco di cose che conoscevamo già, e che Giorgio Falco ha pensato di farci ripassare. Una biografia che diventa l’ennesima lezione di come eravamo (nemmeno tanto belli, pare). Immaginate Luca Carboni più Marco Tullio Giordana, un po’ di Renato Pozzetto, aggiungete documentari Rai Storia sulla Milano operaia, ghiaccioli marrone dal retrogusto alla cola, spillette degli Spandau Ballet e di papa Wojtyła, un concerto di Springsteen col sindaco Tognoli, e molta, troppa, malinconia. Pagine virate seppia, direbbe Francesco De Gregori, che saltano da un lavoro all’altro e suonano come vecchie poesie. In quarta di copertina si scomodano Bianciardi, Volponi e Ottieri. Ma Bianciardi aveva una eversione allegra che manca, Continua a leggere

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Moderato cantabile

Ha paura di tutto Simona Vinci, e lo racconta in “Parla, mia paura” (Einaudi). È depressa, ha attacchi di panico e si rifà le tette. Dove un tempo c’era “Il male oscuro” di Giuseppe Berto – un grande romanzo – ora ci sono gli appunti della Vinci, capitoletti di citazioni e pagine di diario: “le parole non mi hanno mai tradita” e infatti denunciano la decadenza della narrativa italiana. Massima comprensione per la sua sofferenza, che però non diventa mai la nostra, per colpa di un Io da sala d’attesa. Rimane il lamento, scritto con molta enfasi, di una donna che aveva bisogno di raccontarlo, ma che non ci fa fare salti, chiede comprensione mentre sfoggia Jung e Bergman e Fassbinder e troppi altri, tra stanze che sono pentole che fumano “sbuffi di calore incandescente, sentimenti ed emozioni sgradevoli” Continua a leggere

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Alexanderplatz mit Mozarella

Va a Berlino, Massimo Zamboni, in autostop con i passaggi democristiani – come se fosse un Nenni nella stanza dei bottoni – e con le medaglie di Lenin sul petto. Va un po’ ad occupare casa e un po’ a cercare se stesso, alla fine trova un lavoro in una pizzeria, e quello che diverrà il suo compagno di musica e gruppo: il mistico Giovanni Lindo Ferretti. Aggiungete lingua tondelliana di seconda classe, speranze comuni alla sua generazione e rivoluzione nello zaino. Ma arrivato “a quel Nord” trova fricchettoni e siciliani, con i secondi che gli insegnano veramente a vivere rispetto ai primi. Cercava la libertà, trova il rigore. “Nessuna voce dentro” (Einaudi), è un libro uscito la prima volta dodici anni fa, e riedito ora, ma che, nonostante l’editing e la riscrittura, continua a rimanere un ottimo documento privato e un pessimo libro, con schegge di scrittura da salvare e un contorno di impressioni confuse. Continua a leggere

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Prove di teletrasporto con carica emotiva

Fuggono da un paese islamico in guerra, Saeed e Nadia, i protagonisti di “Exit West” (Einaudi) di Mohsin Hamid. Il loro è un esodo a scatti, attraverso porte magiche che sono passaggi spazio temporali, un po’ Stephen King molto il teletrasporto di Star Trek, metafora dell’emigrazione forzata (fosse italiano diremmo col Montale seppiesco: Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo). La storia è elementare, il linguaggio pure, questo rende il romanzo fruibile, ma la narrazione è piena di punti morti, didascalie a una guerra simil siriana, a campi profughi e/o d’accoglienza, in un viaggio da Mykonos a Londra a una baracca sulla baia di San Francisco: con un rosario di amore mio prendimi, non ancora no, poi sì, facciamoci una canna, siamo «giovani e briosi» finendo dritti a guardare la pioggia. Continua a leggere

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