Archivi tag: Edmondo Berselli

Il canone Berselli

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«Io sono uno che scrive», sì, un giornale intero. Da cima a fondo, primeggiando  in ogni sezione e scrivendo fuori dal canone giornalistico. Perché Edmondo Berselli incarnava il canone berselliano, una strana forma di scrittura che riusciva a raccontare tutto, ma proprio tutto, senza mai annoiare. Ogni suo articolo è un blob che si trasforma: parte fumetto e diventa cinema bordeggiando il racconto passando dal ritratto senza mai farsi sermone e c’è anche la colonna sonora. Portava lo stupore guardando e restituendo i fatti, le persone, le città, la tivù, le partite, i film, il teatro, e via così, in un lungo elenco di cose che ci stava da sempre, ma sembrava che aspettasse lui per rivelarsi. Aveva uno stile unico, generato e non creato da un percorso strano: da correttore di bozze e lettore infinito, come Quentin Tarantino con le videocassette, un apprendistato solitario e fantasioso che annodava mondi lontanissimi. Continua a leggere

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Berselli: Il più mancino dei tipi

Edmondo Berselli era una anomalia di sistema. Giornalista, scrittore, critico, saggista, anche se. Giornalista senza redazione che arriva tardi ai giornali, e prima fa il correttore di bozze in una casa editrice – Il Mulino – che scala come Pantani l’Alpe d’Huez, anche se. Scrittore, ma senza romanzo, anche se. Continua a leggere

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Le capriole di Edmondo Berselli

L’accademia lontano dall’accademia: benvenuti al luna park Berselli, che a dieci anni dalla morte non ha spento le luci né staccato la corrente. Non è diventato una scuola e nemmeno una chiesa ma è rimasto un parco giochi con le sue giostre diverse: musica, tivù, sport e politica, e il più bel pretesto del giornalismo italiano per raccontarle. Continua a leggere

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Corso: Fred Astaire da dribbling

Mariolino Corso era una incarnazione serpigna, l’ultima possibilità per piede sinistro in Italia. Annoverabile nel movimento dei calciatori svogliati, ma non lo era. Esitante sì, quasi non avesse chiaro il quadro del suo talento. E proprio nelle sue esitazioni c’era il calcio dell’Epoca che riassumeva. Aveva solo un piede per calciare e se lo faceva bastare. Come Garrincha una finta sola, sempre la stessa, ma efficacissima. Corso suppliva alla corsetta e alla lentezza con il piede sinistro di Dio – battezzato a Tel Aviv nell’ottobre del 1961 da Gyula Mándi dopo una partita dell’Italia – che richiamava i western, quasi si aggirasse per i campi a raccogliere taglie, segnando. Continua a leggere

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La Dolce vita di Carlo Ancelotti

Ha scelto il più felliniano degli allenatori, Aurelio De Laurentiis, con un colpo alla Florentino Pérez. Passando dalla ruvidezza di Maurizio Sarri alla serenità di Carlo Ancelotti, dalla Toscana all’Emilia, dalla provincia italiana ai vertici dell’Europa, in un salto che prima di essere calcistico è culturale. Un colpo di scena cinematografico. Partito scalzo, con sua madre a corrergli dietro, che sembra davvero una scena di “Amarcord”, figlio di Nils Liedholm e Arrigo Sacchi, è finito con i piedi sul velluto: Carlo Ancelotti, un calciatore con un ciclista come idolo, Felice Gimondi, una delle tante coincidenze con il suo predecessore: Sarri. E così il Napoli diventa la tappa dove arrivare, in una scalata che vede Ancelotti passare da Juventus, Milan, Chelsea, Paris Saint-Germain, Real Madrid e Bayern Monaco, a leggerle di seguito non c’è bisogno di aggiungere altro, si ha subito la misura del personaggio. Continua a leggere

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