Playboy dice addio al suo papà

È rimasto giovane tutta la vita: perché conigliette una volta, conigliette per sempre, ma anche i playboy restano. Hugh Hefner, per tutti “Hef”, che si realizzava guardandosi allo specchio – «credo di essere l’uomo più realizzato che conosco» –, e poteva giocarsi con Pablo Picasso un periodo, quello biondo, battendo i suoi blu e rosa, è uscito di casa e dalle copertine, non dalla Storia. Ha lasciato e per sempre la villa, la “Playboy Mansion”, che per tutti gli adulti era quello che Disneyland è per i bambini, il posto dei sogni. Lì si coagulavano desideri trasversali che univano manager e operai, realizzando una unica vera classe come davanti al banco di McDonald’s secondo Hans Magnus Enzensberger. Una vita, la sua, che per immaginarla ce ne vogliono altre, quelle di tutte le ragazze che hanno posato per “Playboy” e quelle delle ragazze che hanno detto no e se ne pentono. Perché Hefner non ha solo fondato una rivista, ma creato un interruttore, quello della rivoluzione sessuale: sconvolgendo l’America, pubblica e privata. Mandò in pensione il perbenismo, e mise in un angolo il moralismo e l’intolleranza. Quando Marilyn Monroe – scandalosamente nuda e per giunta bionda – prese a salutare sotto la scritta “Playboy”, tutti capirono che dietro quella copertina c’era un mondo, quello dei desideri indicibili che diventavano visibili, era il dicembre del 1953. E, Hefner, nell’editoriale disegnò – al ribasso, visti i suoi 91 anni e l’avvento del viagra – il pubblico: «se sei un uomo tra i 18 e gli 80 anni, “Playboy” fa per te». E così fu, primo numero 54mila copie, e la creazione dell’eros su carta. Poi un milione, con picchi di sette. Il resto è negli occhi e della memoria di ogni maschio che si rispetti. A “Playboy” c’era arrivato lasciando le vendite di una rivista per bambini – un paradosso, uno dei tanti di una vita da montagne russe – e con i soldi di sua madre e i suoi risparmi: Hugh era stato copy pubblicitario per un grande magazzino, poi da “Esquire”. Scoprendo la differenza: «Sono stato ricco e povero, ricco è decisamente meglio». Era deciso e spregiudicato, tanto da apparire un marziano – da perseguitare – per il direttore dell’FBI: J. Edgar Hoover; ma aveva sentito lo spirito del tempo a differenza degli altri, prima che nel vento la risposta era nei corpi, nelle cosce esibite senza più pudore, nei seni mostrati nella pagina centrale, e nei ventri finalmente liberati. Hefner tirava via l’America dai Padri Pellegrini, creando la bibbia della rivoluzione sessuale, guadagnandoci in ogni senso. Aveva unito il suo immaginario di militare al fronte (mentre era via fu tradito dalla fidanzata di allora «il momento più devastante della mia vita») le pin up girls e la voglia di rendere tutto fruibile: in una catena di montaggio. Fu l’Henry Ford del sesso, mise in circolo il corpo femminile, creando un prototipo di desiderio, regalando a tutti – proprio tutti quelli che compravano la rivista – la possibilità almeno di vedere la bellezza che c’era in giro e per molti di loro era lontanissima. E più ne spogliava, più cresceva la domanda, fino alla banalizzazione di oggi del nudo. Poi quel di-svelamento è stato superato e la rivista è divenuta uno status, più nostalgia che eccitazione, ma l’impresa resta. Era un materialista non un idealista, uno che sapeva prima degli altri cosa dare e cosa chiedere: «vogliamo chiarire fin dall’inizio che non siamo un magazine per famiglie. Se sei la sorella, la moglie o la suocera di un uomo, e hai preso questa rivista per sbaglio, per favore passala a lui e torna al tuo “Ladies Home Companion”». Era un uomo sicuro di sé, un po’ James Bond, macho, gentiluomo ed elegantemente eccentrico; ma anche una canaglia che voleva farlo sapere e si nutriva dei suoi nemici: un bandito che rubava per conto del genere maschile i vestiti alle donne, un Robin Hood sul libro paga del sesso. Alle spalle aveva la guerra di Corea, e davanti la presidenza Kennedy e il Vietnam, cavalcando la rivoluzione sessuale, contrastando le femministe «le nostre acerrime nemiche». Hefner era un uomo d’affari con un senso estetico spiccato, e dei gusti stravaganti, e mentre mandava il messaggio, conquistava i desideri, assicurava le vendite, si permise anche il lusso di sperimentare e di far scrivere gente come Norman Mailer, Vladimir Nabokov, Gabriel Garcia Márquez, Jack Kerouac, Allen Ginsberg, Joseph Heller, Kurt Vonnegut, Hunter S. Thompson, Ray Bradbury, Alberto Moravia, Georges Simenon, Philip Roth, John Updike, Chuck Palahniuk e moltissimi altri; e di intervistare fuori dai canoni Bertrand Russell, Malcolm X e Alì, Marlon Brando, Fidel Castro, Ingmar Bergman e poi tutti gli altri che vi vengono in mente. Una di quelle interviste a momenti costava a Jimmy Carter le elezioni, perché confessava di «avere provato desiderio per altre donne» e di «avere tradito la moglie più volte, ma con il pensiero». E quel pensiero si chiamava Jayne Mansfield e/o Kim Basinger e/o Ursula Andress e/o Drew Barrymore e/o Nancy Sinatra e/o Samantha Fox fino a Kate Moss. La rivista non aveva solo la trasgressione, le grandi firme, ma anche un segno che dalla grafica allo stile ne facevano un prodotto di culto. Hefner sapeva di poter osare e non fu mai prudente. Guadagnava, spendeva, rischiava e aveva ragione. Divenne molto ricco, diversificò: cinema, produzione digitale, una linea di vestiti e gioielli, discoteche, casino, resort. Diceva di aver avuto mille donne e a differenza di Antonio Cassano c’erano le prove, molte erano quelle che poi gli altri vedevano sulla rivista. Si è sposato solo tre volte (Mildred Williams,  Kimberley Conrad, e Crystal Harris che scappò a cinque giorni dal matrimonio e poi tornò), a dispetto di un vero harem che lo circondava: mai meno di sette. In fondo la sua religione era il sesso, e lo diceva, la bibbia c’era, i comandamenti pure, il resto erano party. Tutto questo si può più o meno vedere nella docuserie in dieci puntate uscita su Amazon: “American Playboy”. Si vede un uomo che non ebbe paura dei suoi desideri divenne re: ricco e in larga parte felice. Un editore senza spocchia né ignoranza, che faceva coincidere profitto ed esperimenti. Un esploratore, che si è lanciato nella scoperta non delle cime del mondo, ma delle stanze da letto. E aprendo la sua, le ha aperte tutte. Ha spogliato le donne: iconizzando-le; e le ha messe sotto gli occhi degli uomini: svegliandoli. Una scintilla di libertà, tra corpi.

[uscito su IL MATTINO]

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