La polizia non deve essere il braccio armato d’una incompetenza sanitaria

Mentre sui maggiori giornali italiani: Alessandro Baricco ci diceva che sopravvivremo, Antonio Scurati si compiaceva della decadenza di Milano, Paolo Giordano scriveva compulsivamente testing e ci imbastiva una pagina e un instant book, Michele Serra battezzava le librerie come “farmacie dell’anima”, e mentre tutti gli altri ci raccontavano quello che facevano e fanno a casa invitandoci a leggere tanto, in Francia, l’altro giorno, su “Libération”, Alain Damasio – uno scrittore vero – intervistato da Nicolas Celnik diceva, quello che con pochi altri abbiamo provato a scrivere in questo mese di lockdown – penso ad Amleto De Silva e Gioacchino Criaco per citare due scrittori, ma anche al lavoro sul web di Marco Arturi o a quello in radio di Mario Colella e Norberto Gallo su “Radio Shamal”  – e capite che ritrovarselo su due pagine di un giornale veramente di sinistra è stato per me una epifania, l’ho riletta tre volte questa intervista, poi ho chiesto a Bianca Fenizia di aiutarmi a tradurla – quindi gli eventuali errori sono tutti miei, le cose belle tutte di Bianca, suo è il lavoro di restituzione – per gli italiani che la notte dormono e non leggono “Libération”. Ho provato a scrivere al giornale e non so se si incazzeranno per la traduzione, nel caso ne pagheremo le conseguenze (nostra patria è il mondo intero, con o senza Covid-19), ma intanto voi avete la possibilità di uscire dal racconto dei pranzi in famiglia di Maurizio De Giovanni e di leggere dei pensieri di uno scrittore vero che difende gli spazi che rischiamo di perdere, dall’alto di una conoscenza profonda della lezione di Foucault e della realtà distopica che pratica da anni nei suoi romanzi.

*

«Sono passati quasi due decenni da quando Alain Damasio ha iniziato a batterci su: la tecnologia non sostituisce nulla – né abbracci né calore umano –, simula. L’isolamento che ci impone l’epidemia relativa al coronavirus non potrebbe dargli più ragione: se le applicazioni di videoconferenza non sono mai state usate così tanto, non riescono a farci dimenticare la nostra solitudine. È l’esperienza del contatto umano, quello vero, di cui lo scrittore esplorava la ricchezza ne L’orda del vento (la Volte, 2004 – in Italia: Nord, 2009, ndr.) che straripa dalla cornice ristretta dello schermo del computer. Nel suo ultimo romanzo, Les Furtifs (la Volte, 2019), l’autore immagina una società di controllo invasivo basato sul monitoraggio dei droni e sulla geolocalizzazione permanente. Tutte misure promosse oggi come risposte al coronavirus».

Assistiamo al ritorno di molto controllo, di polizia e tecnologico, da parte dello Stato nella gestione della crisi del Covid- 19. Lei prende regolarmente posizione contro la società di controllo: pensa che questa soluzione sia adatta, temporaneamente, per combattere il virus?

«È una questione molto vasta in verità. Anche spinosa. La mia impressione è che mobilitiamo di fronte a questa pandemia le tre tecniche descritte da Michel Foucault in Sorvegliare e Punire (1975) per affrontare la peste, la lebbra e il vaiolo, e che le applichiamo “contemporaneamente”. Il governo ci sta dando l’intera combo, alla rinfusa. La prima è la biopolitica dei territori e delle popolazioni amministrate sulla base di statistiche, utilizzate contro il vaiolo – con in aggiunta, e in tutta la modernità digitale, un monitoraggio retroattivo o in tempo reale dei movimenti mediante identificazione e localizzazione dei telefoni cellulari. A ciò si aggiungono le pratiche specifiche della lebbra: la chiusura di esclusione (gli anziani dell’Ehpad – residenze sanitarie assistenziali ndr. – sono tagliati fuori dal mondo e destinati a morire da soli, speriamo di escludere dalle isole i parigini che osano spacciare la loro presunta viralità, sopprimiamo i malati, ecc.). Infine si nota l’individuazione forsennata come di fronte alla peste con l’assegnazione a ciascuno del suo posto di merda, il controllo e la sanzione molto rigorosa degli spostamenti minimi, la quadratura feroce dello spazio urbano. Stiamo arrivando a questo incubo politico magnificamente descritto da Foucault per la peste: «Divisioni rigorose; […] Infiltrazione della regolamentazione nei minimi dettagli dell’esistenza e attraverso una gerarchia completa che garantisce il funzionamento capillare del potere; […] l’assegnazione a ciascuno del suo nome “reale”, luogo “reale”, corpo “reale” e malattia “reale”. La Peste [il Covid?] come forma allo stesso tempo reale e immaginaria del disordine ha come correlato medico e politico la disciplina. Dietro i sistemi disciplinari, si legge l’ossessione per “contagi”, peste, rivolte, crimini, vagabondaggi, diserzioni, persone che appaiono e scompaiono, vivono e muoiono nel disordine.»

Ma la disciplina non è auspicabile per fermare la diffusione di un virus che uccide e destabilizza pericolosamente i sistemi sanitari?

«Queste pratiche ultra-disciplinari, investite di potere da uno “stato di emergenza sanitaria”, consacrate da un piano di “Resilienza” che ha appena sorpassato il piano “Sentinella” e le vigipiraterie esistenti, e infine diffuse con una serie di prescrizioni adottate nello pseudo-panico inteso soprattutto per avere carta bianca, sono necessarie per contenere la pandemia? Utili senza dubbio. Indispensabili? Assolutamente no. E voglio rispondere con un’altra domanda: le leggi antiterrorismo, che hanno aperto, sin da Sarkozy, un continuum di drastica regressione delle nostre libertà (di comunicare senza essere rintracciati, di muoversi, di manifestare, di esprimere opinioni ritenute pericolose, ecc.), in nome di una presunta emergenza di minaccia, da allora sono state abolite? Modificate? Diciamo limitate? In nessun modo. L’alibi per la presunta violenza dei gilet gialli, che ha portato a un incredibile declino dei nostri costumi democratici da allora è stato riconsiderato? Ha la risposta. Quindi sfiducia a questo punto. Grande sfiducia per il futuro. Il dopo Covid».

Quindi percepisce l’isolamento come una misura più autoritaria che sanitaria?

«Ciò che percepisco, molto semplicemente, come cittadino, è che la medicina non è, o non dovrebbe essere, un compito della polizia. Occuparsi di una pandemia, lo affermano tutti i medici, è innanzitutto identificare i casi contaminati, quindi eseguire test, poi isolare i pazienti che sono stati sottoposti a screening e curarli. In Francia, all’inizio siamo stati fottuti dal predisporre test su larga scala. No comment. Non sapevamo come identificare e isolare i malati, quindi isoliamo tutti, in massa, oplà, circolare! eh … no, in effetti, non circolate, restate a casa, il tempo che troviamo le mascherine, di rendere operative le nostre strutture di test e di ricreare questi posti letto che abbiamo distrutto dall’ignominia di bilancio. Per quanto riguarda la cura, beh, perché anticipare o essere reattivi? Perché testare farmaci esistenti che possono funzionare per vedere se funzionano? “Isolatevi, è la fine del mondo!” avrebbe detto Coluche. Per me, nessuna epidemia, nessuna causa di morte, specialmente così poco letale nella realtà come il Covid, giustificherà mai il fatto che si utilizzi un alibi per distruggere le nostre libertà fondamentali. L’emergenza o il panico non giustificano nulla e nessuno. Al contrario, dovrebbero richiamare al discernimento, al senno di poi, alla sobrietà legale. Isolare 70 milioni di persone è già un’aberrazione che dimostra il nostro livello di impreparazione sanitaria, la nostra incapacità di prevenire, testare, curare. Mettere in scena l’ansia, stimolarla con statistiche parziali e cumulative, appellarsi all’influenza che è così facile da massimizzare che è la paura, diffonderla intensamente attraverso l’inflazione oscena dei media è una strategia classica per far mandare giù il rafforzamento della sicurezza. Ridurre le uscite a un chilometro da casa, vietare gli spazi naturali (senza alcun rischio di contaminazione), proibire qualsiasi piacere per quanto innocuo e sanzionare le cosiddette inciviltà virali è un’indicazione tenue ma convincente di una volontà a stento dissimulata di (formattare) spiare le popolazioni. Lo stupore dà inizio alla paura, che si trasforma rapidamente in torpore. Ora queste misure devono accendere una piccola luce rossa nelle nostre teste. A differenza di molti, credo che bisogna avere fiducia nelle persone e nella loro umanità originaria. Fiducia nella loro comprensione delle situazioni. Gli idioti e gli incoscienti sono una piccola minoranza. Le persone s’informano, capiscono, agiscono, si rispettano. Dopo aver colpito, ferito e mutilato migliaia di persone nel 2019, la polizia non deve stabilire nel 2020 chi può uscire, chi può spostarsi, quanto lontano e come. Non deve essere il braccio armato di un’enorme incompetenza sanitaria. Spetta quindi a noi organizzarci, attivare la nostra solidarietà, sostenere i nostri operatori sanitari, decidere come dovrebbe essere la nostra sanità domani. Domani? Tra circa sei settimane. E dipenderà da noi liberarci, poi, tutti insieme, di quello che afferma di essere il nostro “fantoccio coronapoleone”. Non vedo l’ora, e lei?».

Cosa si impara dall’isolamento delle popolazioni, sulla capacità della tecnologia a sostituire le relazioni umane in carne e ossa?

«Non bisogna mentirci a vicenda. Le tecnologie di comunicazione restano, da un punto di vista relazionale, un surrogato. Vale a dire qualcosa che sostituisce l’originale, ma in peggio. Meno ampio, meno intenso, molto meno coinvolgente, il che può anche rivelarsi estremamente confortevole, perché ciò che disturba qualsiasi relazione con l’altro viene filtrato da questo “tecno-bozzolo”. Gli studi hanno dimostrato che in uno scambio faccia a faccia il 70% delle cose che si passano dall’uno all’altro rientrano nel non verbale. Il che significa che in fondo uno scambio via messaggi, per chat, per conversazione privata o per email trasmette a malapena solo un terzo di ciò che può comunicare un vero dialogo. Mancano i sorrisi, le espressioni facciali, le inflessioni di una voce, il fascino, la tensione. Si può controbattere che le app video compensino parte di questa mancanza; ma il video rovina anche le tre dimensioni, appiattisce i volti, altera la voce, elimina i profumi, il tocco, il calore, rimuove il magnetismo di una presenza. Ci comportiamo come se il fatto di poter veicolare il contenuto informativo di uno scambio bastasse a garantire lo scambio, più o meno. E, sostanzialmente, per sostituirlo. Ma la tecnologia non sostituisce nulla: simula. Effettua la simulazione di una relazione mediante artefatti digitali, una simulazione a cui il nostro cervello cerca di credere e glielo chiediamo per compensare il deficit fisico. Ciò che rimane non è vuoto, ovviamente, non è sempre deludente. Ma questo spesso non assume significato e spessore solo perché conosciamo già molto bene nel mondo reale, la persona con cui interagiamo e perché trasferiamo e soddisfiamo, attraverso questa presenza memorizzata, la freddezza delle parole scambiate o la piattezza dell’immagine che si agita debolmente sullo schermo».

Le chiamate non ci consentono di mantenere lo stesso il contatto con i nostri cari e non ci danno gioia?

«Di questa mancanza di relazione, ne soffriamo ancora poco, penso, perché l’isolamento ha avuto inizio solo due settimane fa. Sarà interessante sperimentare questa mancanza a lungo termine, sentire gli amici la cui assenza creerà vuoti nei nostri cuori, i fratelli ancora più in profondità, i genitori eccessivamente spettrali. Tutte queste presenze che ci erano così familiari, così ben radicate, ma che Skype non compenserà davvero. Il filosofo argentino Miguel Benasayag dice una cosa molto bella sull’assenza e sulla sua spudorata cospirazione da parte del telefono cellulare: che solo l’assenza reale e presunta ci consente di ricostruire l’altro in noi, per farlo esistere di nuovo nella sua pienezza. La falsa fusione distanziata delle app visive la sporca, la vieta persino, un po’come il video di un compleanno cristallizza in falso ciò che rimane e finisce per sfruttare la vera memoria organica del momento. Ma capisco che si debba essere pragmatici in questi tempi limitati! Senza le reti network, le quarantene sarebbero feroci e perfino vertiginose nel loro silenzio sociale. L’isolamento 2020 è alleviato dalla diffusione di notizie, barzellette, meme, fantastici piatti. La velocità della luce ci dà una sensazione di strapotere, di pingpong abbagliante e ultra-reattivo, tutto lascia e ritorna rapidamente, viviamo urbi et orbi, e questa fluidità della circolazione spirituale ci salva e ci emancipa un po’ dai nostri corpi bloccati».

Cosa ci dice questo sulle previsioni di un futuro completamente interfacciato, promosso dalla fantascienza cyberpunk?

«Francamente, ciò che più di 3 miliardi di umani vivono in questo momento, confinati nelle loro case, è un puro laboratorio di antropologia fantascientifica! Una distopia inaspettata per i creatori di fiction, una specie di accelerazione chimica IRL dei nostri romanzi! Lo scrittore Serge Lehman una volta disse che la fantascienza è l’arte di reificare la metafora. Eccoci: la metafora è diventata reale, e ci viviamo dentro. Suona come un crash test della nostra capacità di vivere per tecno- procura. Un numero incredibile di storie di fantascienza si basa su questo paradigma abbastanza usato: isolamento imposto, porte chiuse nell’abisso, prigioni high tech, monadi urbane, corpi immobilizzati e fissità fisica – tutto scongiurato dalla mobilità simulata e quasi infinita delle reti network, dall’emancipazione psichica delle interfacce, dalla virtualità liberatrice e ingannevole allo stesso tempo. A volte misuriamo male quanto questi racconti di liberazione attraverso il virtuale nascano da un desiderio estremamente antico e potente, forse vecchio quanto l’uomo Sapiens: ossia il desiderio di sovvertire i nostri quadri ontologici. La nostra condizione umana “piatta”. Una sorta di antico desiderio di essere dio. La virtualità offerta dal tutto interfacciato ci tira fuori dall’aggiornamento delle nostre vite. Non siete più condannati al qui e ora, hic et nunc: potete essere everytime and everywhere, dappertutto e per tutto il tempo. Non siete più assegnati a un solo corpo con i suoi limiti -sofferenza, lentezza, stanchezza, invecchiamento, morte: potete morire e rinascere, be respawn, essere moltiplicati, più forti, più veloci, equipaggiati, transumani».

Una virtualizzazione a cui siamo abituati, tuttavia …

«Il nostro cervello è una fantastica intelligenza artificiale della realtà aumentata che si adatta alle simulazioni, anche molto imperfette (ciao Minecraft) per far esistere un mondo “maneggevole”, abitabile ed evolversi con un certo piacere. L’interfaccia, gli schermi, le superfici, le app, le cuffie s’impongono come estensioni dei nostri corpi. Il vetro dei nostri smartphone è diventato un impero che manipoliamo e accarezziamo in modo che possa darci un resoconto del mondo attraverso di esso. In questo momento, in isolamento, stiamo toccando una forma di acme del tutto interfacciata. E durerà almeno due mesi. Impareremo in vitro. Scopriremo cosa si prova quando il 90% del tempo di veglia è mediato. Quello che accade quando l’interfaccia sostituisce il 95% del nostro faccia a faccia. Che cosa stiamo diventando? Che cosa si distrugge e cosa si ricompone? Fino a che punto possiamo immergerci nella matrice senza alcun Morfeo per staccarci? Sfioriamo dolcemente quello che gli umani vivono nell’incubatrice di Matrix. Senza bisogno di macchinazioni totalitarie. La macchina virale è bastata».

[Tratto da “Libération”, Nicolas Celnik intervista Alain Damasio]

 

 

 

 

 

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