Il maratoneta di Mogadiscio

Dice: «la città non ha più calore, prima scottava». Grandi palazzi abbandonati e un padre che mi chiede di ascoltarlo. Proiettili nei muri e nessun vetro alle finestre. Corre il ragazzo per Mogadiscio che è più consumata della bibbia, ma non è capace di tornare. Ha gambe esili e un corpo tuttonervi, e si affanna per uscire dal buio, dove è stato seppellito dal tempo. Il padre gli urla di chiudere gli occhi e smettere di correre, ma le urla gli ricadono addosso come un lenzuolo. Il tessuto è dolce, ma non ci può più parlare. «A volte c’è luce», mi ripete, «e ho l’impressione che lui ce la faccia, anche solo per un attimo, che esca da quella curva e mi regali l’esibizione di un sorriso, o un momento di stupore in una giornata di grida». Soffia speranza, nel suo di tempo, quest’uomo, e non si è mai chiesto se valesse la pena di andarsene, di voltare le spalle a questa città e alla sua condanna. Non ha giudizi per le cose che hanno preceduto la durezza che ha deciso la sua ferita, né per il vuoto che è venuto dopo. È la luce che ci fa vedere la polvere, è il dolore che ci indica da che parte guardare. Stringe le mani, poi indica il punto di caduta del suo ragazzo. «L’intenzione del male è sempre femmina, perché anche la morte lo è».

Vorrei ribattere ma sarebbe inutile, interrompendo il suo rancore non risolverei niente, segnalando l’errore non salverei nulla. «Ogni sera accende un fuoco, i motivi – mi dice guardandomi con rabbia – ora li conosci. Sono un intruso, in questa parte di città che non ha più vita, ho una pistola per la vendetta e un desidero per il mio cuore. E aspetto». Io penso: ombre. Lui invece dice: «il ritorno, se non del corpo almeno della sua figura». Cerco una modalità per uscire di scena, sono un testimone involontario di un uomo che muore tutti i giorni supplicando il cielo. Il tempo della guerra gli è entrato dentro, non distingue, non ha occhi che per sé. Il vento attraversa le stanze vuote, che affacciano sull’oceano. Il padre al quale hanno ucciso il figlio, aspetta di uccidere o di essere ucciso, e intanto si prostra come un cane col padrone, al tempo che passa, alla città muta. Chi ha ucciso può uccidere ancora, chi è stato ucciso non uccide, e non torna. Mattone su mattone, poi tetto. Sotto cielo. Amen.

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