Essere fuori posto

Pino_Daniele_20110724104731Difficile distinguere tra gratitudine e sperpero, rispetto ai suoni e alle parole ricevute da Pino Daniele. Al processo cieco e sordo per aver abbandonato Napoli ho sempre risposto con un lungo e articolato discorso che ha a che fare con l’essere meridionali e col sentirsi fuori posto, persino quando sai d’essere il migliore. In questi giorni ho letto ricordi famosi di gente sciatta, e ricordi sciatti di gente famosa, ho guardato montare le osservazioni e recriminazioni, le spiegazioni e le invettive, ed ho aspettato a scrivere perché con Pino Daniele se ne va anche la mia gioventù. È un lutto così intimo e personale che tutto quello che c’è intorno non mi interessa, non voglio sapere quali sono le canzoni che si possono cantare e quelle che no, non voglio sapere cosa ha fatto di giusto e cosa ha cantato di sbagliato, non voglio sapere nulla di nulla. Daniele cantava per chi aveva i complessi e non li voleva, cantava perché gli piaceva il blues e perché non poteva farne a meno, perché con la musica poteva dire anche no, e dopo aver cantato la rabbia ha cercato il disincanto, ha cercato un’altra lingua e altri suoni, ha persino cercato altre città e ad altri amici, in un naturale processo evolutivo che lo distingueva da chi non voleva fare quel viaggio. Ho sempre avuto l’impressione che lui fosse un burbero con la vocella che aveva bisogno di essere mediato, ma ci riuscivano in pochi – tra questi Massimo Troisi che era l’evoluzione in immagini del suo mondo musicale, e non è un caso che riesca a rappresentare nel suo primo film, l’essere fuori posto –. A Pino Daniele è sempre mancata la mediazione borghese, e la compostezza del ruolo, in questo è rimasto un barbaro napoletano, e persino quando si è lasciato pettinare nel verso giusto e (tra)vestire da Armani, gli scappavano cose, persino quando ormai era altro, per me rimaneva il faccione che non guardava la macchina da presa ma rispondeva come nessuno mai aveva fatto alle domande di Joe Marrazzo, stando sopra la tangenziale con i ricordi che ti passano a cento all’ora e il popolo sotto che lo aspettava. Era quello con la fascia in fronte e i tanti capelli che si era fatto Masaniello seguendo più l’istinto che l’ideologia, capendo quello che stava succedendo a Napoli, riuscendo come pochissimi altri ad addomesticarne la voce. Si faceva la barba sulla copertina di un disco proprio per mostrarci intimità, una vita di tutti i giorni mentre si esce pazzi pe’ capì. Le sue canzoni ci contenevano tutti, ci stavamo bene tra notti che andavano via e voglia ‘e tuccà, cercando chi voleva fumare a metà, solo che poi lui ha avuto il bisogno di andare oltre, si è messo a cercare una leggerezza quasi per essere normale, non ha voluto più essere quello che si era conquistato, o se proprio doveva continuare, voleva farlo con un riff differente. La sua grandezza nel farsi collettore è innegabile come è innegabile il suo confutarsi e svilirsi, inseguendo quella possibilità di non essere più fuori posto. Aveva una inquietudine che le forme del suo corpo nascondevano, sapeva di essere Re se non di cuori e parole, sicuro di suoni, e per questo ogni suo ritorno a Napoli richiedeva una corte, richiedeva una festa e un ballo collettivo che serviva ad esorcizzare il (regno) passato. Ha suonato con semplicità passaggi difficili delle nostre vite, ed ha innestato nella sua il nostro sentire comune, che è pure volgare e insopportabile, ossessivo e travolgente. Pino Daniele avrebbe voluto essere americano e nero per vivere con scioltezza un successo enorme, l’essersi fatto canzone di strada, così popolare da risultare classico in vita, sorpassato dalla gloria prima ancora di essere cristallizzato dalla morte. Ho sempre pensato a lui come al più debole della coppia tirannica e di genio che formava con Massimo Troisi, per questo più aggressivo, per questo scomposto e tagliente e privo di eleganza parolaia, pronto a lamentarsi di avere Mimun come vicino di casa a Formia come a dire male e senza calcolo di “Gomorra”, quasi che non avesse mai perso quella scortesia da vicolo, quella diffidenza tipica di chi sa che prima o poi verrà fottuto, e, che, invece, spariva quando metteva le mani sulla chitarra; e come tutti quelli che hanno un genio riusciva a lavorare solo sui difetti, a vedere solo le mancanze, era un uomo sempre a metà, mancante di quella sistemazione interiore che né soldi né donne possono dare e nemmeno piazza Plebiscito gremita. Nei primi album non cercava la comprensione ma provava a mostrare il mondo che lo conteneva, allora sconosciuto all’Italia, poi ha lavorato sulla distanza da quel mondo, creando la divisione che lo ha accompagnato per venti anni, quasi che si fosse scisso da se stesso, in realtà era il tentativo di scindersi dal suo sentirsi fuori posto, che è la condizione di ogni uomo del sud. C’è una matematica sequenza per questo tipo di sensazione, invisibile ai più. Questa sensazione ha a che fare con una insignificanza con la quale non tutti si confrontano, che porta a mettersi sempre alla prova, e a non far vedere la bellezza della vita e quello che si produce. C’è chi capitalizza in modo contemplativo la propria opera, chi la riscrive e chi va oltre in una ricerca che porta a commettere molti errori, ma che è l’essenza del vivere. Pino Daniele non ha smesso di cercare e sbagliare, si è messo in una posizione eccentrica, tanto da essere incompreso.

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5 thoughts on “Essere fuori posto

  1. Yuri Buccino ha detto:

    L’ha ribloggato su Appunti Scomodie ha commentato:
    Un bel ritratto di Napoli, dell’essere partenopeo e di Pino Daniele.

  2. rodixidor ha detto:

    Anche per me come per tanti quella di Pino Daniele è la musica della giovinezza. Devo ringraziarti perchè una tua citanzione mi ha fatto vivere una strana emozione di flash-back. Sì, perchè da ragazzo ho spesso vissuto quei ricordi che mi attraversavano a 100 all’ora e senza far rumore nel tumulto ritmico di quel pezzo musicale che mi suonava in testa, ora è strano rivivere quella stessa emozione perchè nei ricordi che arrivano sempre alla stessa maniera ora ci sono anche io ragazzo e c’è pure Pino Daniele che suonava.

  3. […] «Sono napoletano anch’io», per dire che non c’è bisogno di ripetere: questa è l’Ultima Notte. E magari ci fosse una scala empirica per misurarla e impedirle di finire, contenendola in un […]

  4. […] La sua immagine, appesantita e affannata, sta in una linea malinconica, tra Massimo Troisi e Pino Daniele, a fermare ad aeternum gli anni Ottanta. È tutto quello che resta a Napoli, non essendo ancora […]

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