Mario Schifano: pittore in spider

Un pittore in spider, jeans e scarpe da tennis. Cannibale capace di afferrare, masticare e ingoiare il suo tempo, rendendolo migliore. Voracità, irriverenza, colore, schizzati con leggerezza sulla tela. Occhi e mani allenati a cogliere e trasformare, incamerare e distruggere, nobilitare e deridere. Mario Schifano, faccia da borgata, sguardo da inseguire. Dietro, la leggenda: donne, droga, galera, manicomio. Gesta epiche da divo hollywoodiano. Spericolata vita d’artista. Disperato dinamismo. Barocca esistenza. Slanci, vittorie e cadute, no, non come tutti, lui, si muoveva “solo” alla grande.  Unico, indiscusso condottiero della sua follia. Eccessivo, sperimentatore. Protagonista per quarant’anni nel nostro paese. Per capire, bisogna immaginarlo perso di fronte a una parete di televisioni, seduto a un tavolo di giornali, fra pennelli, macchine fotografiche e forbici, che scarabocchia, tratteggia, dona e toglie: bellezza. Era un pittore che lavorava sul suo tempo, sull’esistenza rappresentata in continuazione dai media. Cacciatore d’immagini da rielaborare. Un camuffatore. Giocava con la spontaneità dello sguardo e delle forme. Capace di trasformare Forlani, Sharon Stone, RoboCop o un film porno in accettabile arte, con pochi tratti. Fermava la realtà che passava in tv, la fotografava e poi la distruggeva, trasfigurandola. Usava le immagini del suo tempo come tela. La sua serie di polaroid sono un blob pittorico, niente di impegnativo, solo la rappresentazione della vita come tavolo di lavoro, la sintesi di un giorno passato, di un anno, di un tempo, con l’aggiunta del suo estro, del suo tratto che si erge e modifica.  Sberleffo, svolazzo, segno d’artista. Una pittura fragorosa, essenziale. Non aveva obblighi, non inseguiva la bellezza, la sua era arte di cronaca. Partorita in velocità e da consumare nell’immediato. “Le idee sono contemporanee al gesto, le sputo subito sul quadro”, diceva, mentre sulla tela finivano colori sgargianti che sommergevano icone: da trasformare, nobilitare, usare. Che importa se sotto c’era una palma, il marchio dell’Esso, la scritta Coca-Cola, uno sghembo, gocciolante “NO” d’opposizione a tutto (che finì a colorare i muri d’Italia, su iniziativa di Sergio Garavini, nel 1994, usato per una campagna referendaria) o anche solo un simbolo semplice, vuoto, come gli altri, in serie, da gettare nella mischia, tritare, consumare, sporcare. Nonostante mondanità, guai e pigrizia, fu attivissimo e prolifico, girò tantissimi video, dando anche un contributo fondamentale al cinema underground. Si divertiva a sbalordire ma si lanciava anche in sperimentazioni di linguaggio e visioni estreme, utili esercizi, tornando poi a dipingere, integrando le due forme d’espressione. “Le immagini mediate attraverso la fotografia o il cinema risultano molto più affascinanti, capaci di spunti innumerevoli e impensabili”, così spiegava le sue scelte. Usò diversi metodi: dall’ acrilico al collage, finendo per privilegiare una tecnica mista con impiego di plexiglas, foto, spezzoni di pellicole. Poi scelse la pittura su grandi tele, donandoci passeggiate di colori. Aveva cominciato velocemente a prendersi la vita, lasciato gli studi: faceva coppia a lavoro con il padre, archeologo restauratore al museo etrusco di Valle Giulia. Fame d’esperienze, arte, voglia d’avventura. C’era la Roma della dolce vita da scoprire. I salotti da scompigliare. Le donne da innamorare. I soldi da guadagnare. Gli riuscì tutto, con la pittura. Quella era la sua strada, la percorse rapidamente. Iniziò a dipingere alla fine degli anni cinquanta, fu tra i primi artisti d’avanguardia, dando inizio alla pop art nel nostro paese, con lui c’erano altri due bravissimi pittori scomparsi prematuramente: Franco Angeli e Tano Festa, li univa la voglia di stupire. Amato da Alberto Moravia e Pierpaolo Pasolini, Mario Schifano, fu l’artefice di un incontro memorabile fra Renato Guttuso e Marcel Duchamp: una specie di Camp David dell’arte, e non raccontando mai cosa si dissero, ingrassò il mito. Al suo fianco ebbe molte donne di fascino come Nancy Ruspoli o come Anita Pallenberg protagonista di “Dillinger è morto” (film di quel gran genio che fu Marco Ferreri), poi compagna di Keith Richard, chitarrista dei Rolling Stone. Una di queste Afdora Franchetti causò il suo arresto, pescata all’aeroporto di Fiumicino con 50 grammi di marijuana, si giustificò dicendo che erano di Mario Schifano, e lui non negò, finendo in carcere (la prima di sei volte), nonostante la testimonianza di Enzo Siciliano. Moralisti accontentati. Tutto da rifare. Anni dopo quella e altre condanne per detenzione di stupefacenti furono revocate. La droga era per uso personale. Intanto lui era rimasto prigioniero dell’eroina che lasciò solo dopo un decennio, corredato di cliniche, fughe, ritorni. A Goffredo Parise disse che si sentiva “un piccolo puma di cui non si sospetta la muscolatura e lo scatto”, una immagine alla quale bisogna rifarsi ogni volta che un suo quadro stupisce, che una sua rapida linea sorprende, ma anche quando scorgiamo, delusi,  il trasandato quasi superficiale segno adagiato su una polaroid o una cattiva piega del colore, perché nello scatto felino c’è anche l’errore, talvolta. L’armonia della felinità gli rimase pure nella cattiva sorte. Sbagliava da campione, riuscendo a non tradire mai quell’aurea di maudit che si era creata intorno al suo nome. Coerente con i suoi vizi, consumò con ingordigia sentimenti e istanti. Il catalogo delle donne potrebbe continuare, da elenco telefonico. Fuggevoli amori da ordinare. Imperatore della dissipazione. Costruiva e disfaceva. Andava in giro scompigliato, con mazzi di soldi da distribuire, accartocciati nelle tasche, nei maglioni, nelle camicie.  Generoso magnate di rivoluzionari: finanziò Lotta Continua e Potere Operaio, regalando denaro e quadri, senza cura, proprio come non ti aspetteresti da un pittore. Non era un costruttore di certezze, ma un generatore di aleatorietà. Non ha amministrato il suo successo, l’ha scavalcato con classe, levità, strafottenza. Lo ha sfidato, se l’è giocato, l’ha perso e poi se l’è ripreso. La perpetua ricerca ma anche la commercializzazione del proprio genio e la capacità di rispondere sempre e comunque alle esigenze della committenza, gli hanno consentito di rialzarsi dalle cadute e ricominciare. Mille volte dato per morto, mille volte Lazzaro che torna. “Finché sono vivo sono ricco”, era l’imperativo, ma anche la cruda verità. Forse tutto il suo dolore è racchiuso in “Tearful” un quadro che parla di una separazione. Nato da una fotografia pubblicata su “Time”, che mostrava la partenza di un contingente militare americano per il fronte del Golfo. C’è un padre in divisa che si asciuga le lacrime con gesto elementare e primitivo della mano al rovescio e un bimbo stupito davanti. È una immagine meravigliosa e disperata, immersa in un caos di colori, ultima e perfetta come sa esserlo solo la sofferenza, e lui ne ha attraversata tanta. Ha avuto giorni bui oscurati dalla droga e dalle storie che questa, sempre, si porta dietro, squallide e banali: spacciatori, scandali, smarrimenti, momenti di vita disperata, agra, ma anche altari sgargianti che lo hanno celebrato impertinente santo della nostra pittura. È stato un grande, ammirevole, surfista della vita, è andato sotto, ha bevuto, ma poi è tornato dritto, in piedi e col sorriso sulle labbra è passato sotto la curva dell’ultima onda.

http://www.ultrafragola.tv/it/03280/869/page.html

[uscito su IL MATTINO, febbraio 2006]

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