Robson Conceição stanco di guerra

A Pechino e Londra era stato subito eliminato, e quella di Rio era l’occasione che stava aspettava fin da bambino. Robson Conceição avrebbe dovuto avere come esempi Ronaldo e Ronaldinho, correndo per le strade di Salvador de Bahia dietro un pallone. Invece, il suo esempio era lo zio Roberto – non proprio un santo – famoso per le risse di strada durante il Carnevale, anche prima e dopo. Affascinato dall’uomo, dai segni e dal sangue che si portava a casa, e poi dal racconto che alimentava quei segni e quel sangue, Robson si iscrisse a una palestra di boxe. Salvador è la Cuba del Brasile per il pugilato. Ogni mattina si alzava alle quattro per andare al mercato con sua nonna a vendere verdura, qualche ora dopo poteva andare a scuola, e nel pomeriggio batteva la spiaggia di Boa Viagem vendendo ghiaccioli. Sua nonna, Neusa Andredonato, ha dichiarato ai giornali brasiliani che suo nipote, l’unico, si è sempre comportato come un padre di famiglia. Ed è quello che sembra anche sul ring. Uno i lampi se li aspetta dagli scrittori, invece, basta chiedere ai nonni. A Salvador è facile uscire dal percorso familiare per entrare in quello delle gang e della droga, e infatti Robson con altri si occupa di un progetto che prova ad evitare queste cadute. L’immaginazione e l’anima di Conceição sono sempre state divise tra la boxe di strada dello zio Roberto e quella da ring del campione del mondo dei piuma: Acelino ‘Popo’ Freitas, che poi ha prevalso. E per inseguire quella boxe, e la palestra dove praticarla, non avendo soldi e non potendo permettersi il bus, ci andava correndo i 10 km di distanza. “Non avevo scelta”. E quando non hai scelta, corri. La palestra era una specie di oratorio della chiesa evangelica, in venti anni sono usciti 5000 pugili da lì, e Conceição è il primo che vince la medaglia d’oro (pesi leggeri). La sua forza è la tenacia, oltre la concentrazione, quando a 15 anni perse il suo primo incontro, non si arrese; come non si è arreso quando ha perso alle altre due Olimpiadi. Chiedete al francese Sofiane Oumiha che ha perso contro di lui la finale; o a sua moglie, la pugile, Érika Matos, quattro volte campionessa sudamericana. È l’esempio per il Brasile, ha invertito le parti: la tivù e la gente raccontano di lui a suo zio Roberto che ha smesso di fare a botte, ora balla.

[uscito su IL MATTINO]

foto di Jae C. Hong

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