Elogio di HugoSanchez

È davvero semplice ricordarlo, dove c’era una porta lui segnava. E poi come una Nadia Comăneci andava giù di capriola. C’aveva la faccia alla Califano e i capelli da emigrato calabrese in Germania, però non lo prendevi, e faceva gol in rovesciata, sempre o quasi. Potevi intuire la mamma quanto aveva pregato per lui, e chi gli stava intorno quando giocava per strada, era tutto scritto nel suo scatto veloce, la sua finta era una falsa mappa che i difensori leggevano sempre e infatti andavano in direzione sbagliata. E quando, dopo il gol in rovesciata, e la conseguente capriola, guardava i tifosi, travolto dall’abbraccio dei compagni, con lo sguardo sembrava dire: io, io, riesco anche a volare, e primo o poi lo faccio al posto della capriola, almeno questo è quello che pareva a me una sera che infilò un gol da eliminazione all’Inter di mio fratello e io dissi una cosa tipo: lui, Hugosanchez, oltrepassa i meccanismi dell’aria.E mio fratello che mi guardava attraverso le lacrime di un Liam Brady rispose: Strunz. E io replicai, Nella maggior parte dei casi, una azione così non riesce, ma quello è Hugosanchez, gioca col Realmadrid che era la squadra di Distefano che il nonno diceva: è il migliore di tutti, e io avevo anche cercato ma allora non c’era google e quindi, avevo deciso di accontentarmi citandolo, come una macchina o un terreno che quando li indicavi dicevi anche di chi erano. Perché l’ho capito dopo, che Hugosanchez, era un dispari come Shevchenko, Drogba, Ibrahimovic, Savićević, Milla, Vucinic e compagniabella, cioè di quelli che devono accontentarsi del club e delle loro vittorie perché poi nelle nazionali non vincono una cippa e hanno tutto da sudare, soli e senza aiuto, come gli orfani, che uno finisce per accorgersene in un corridoio d’ospedale o nel tunnel che ti porta a una partita persa e lo sai già da tre giorni ma te ne accorgi due passi prima del campo. I calciatori come Hugosanchez sono sorveglianti di bellezza, la propria, e a loro la strategia dell’erba anche di un campo come l’Azteca non fa effetto, perché non sentiranno il profumo delle finali, ma giocano uguale, e lo fanno bene, anche solo per segnare un gol e un gol solo, che però diventa un punto di riscatto visto da una baraccopoli, e allora festa uguale. Hugosanchez è quello che salvi quando la casa è andata a fuoco, un barattolo, una scatola, l’ultimo cucchiaino d’argento della nonna, una collana di plastica, insomma avete capito, perché è il cane che insegue l’auto che non raggiungerà, e il bimbo che non rivedrà la madre, ma proprio nella misura della distanza e soprattutto del vuoto, sta la sua grandezza, nel saltare per il gusto di farlo, nel segnare il gol della bandiera che diventa vanto, Uno almeno l’abbiam infilato, complice la vita in una periferia di una città affollata. Però quel gol è un filo di ferro, è la resistenza di chi ha ereditato il poco, è la coperta per il freddo, l’unica, che però è braccia di donna, e che donna. Di una che vedi in copertina e te la sogni, ed eccola arrivare. È il primo amore che cala dall’alto e bussa alla porta, almeno per i novanta minuti da giocare. Poi si estingue con quello che abbiamo visto, e comincia il racconto. Hugosanchez diventa Pachovilla, con le loro opere sepolte sotto mascelle di tequila, masticate in bocche di pozzanghera, ma amate come una madre col figlio unico, quando sta per andare al fronte. I componenti della storia prendono posizione, a ognuno il suo pezzo di campo, a Hugo la forza di saltare ancora, di spalle alla porta, e prenderla, metterla nell’angolo, sempre in rovesciata, sempre in bilico quasi fosse un obbligo come pettinarsi e lavarsi al mattino. E gli riesce, perché il suo compito è trasportare persone da un livello a un altro, tirarle fuori da una vita che è struttura racchiusa e farle sentire libere come l’urlo che gli raschia la gola quando si accorgono che sì, stanno passando da una dimensione a un’altra, seppure vagamente, seppure per il tempo del replay. Perché l’attaccante ha una funzione sociale, è uno strumento base della cultura umana che guarda al calcio. E quelli come Hugosanchez anche quando vanno in esilio dal prato, restano briciole del demonio, capaci di raggiungere lo scopo, e darci allegria di visione.

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2 thoughts on “Elogio di HugoSanchez

  1. Carlo Picone ha detto:

    Mi sa che mj ha un po’ esagerato… va bene che si tratta di un calciatore messicano, ma allora di Garrincha, talento mai celebrato a sufficienza, che cosa si dovrebbe scrivere… A parte la suggestione metrica del nome di battesimo, a parte le sue capriole appena fatto gol, per il resto H S resta una figura di secondo piano nell’affascinante storia del calcio…

  2. […] fango e, se serve, sangue, ma mai, mai di vergogna». È la maglia di don Alfredo Di Stefano, di Hugo Sanchez e di Ronaldo (quello vero). Gli ultimi due sono stati attaccanti diversi tra loro, ma uniti dal […]

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