The Perfect Man

La scritta delle vernici Babel: tutta rossa e piena, tonda e luccicante, si stende sulla lamiera del furgone bianco, che Vincent Batuman guida, orgoglioso. Passa lento lungo le larghe strade della città, per farsi guardare, una mano sullo sterzo, e una fuori dal finestrino, penzolante, con i muscoli bene in vista, ai semafori lo sguardo cade sul suo braccio, che è un solo ponte di fiducia tra la scritta delle vernici Babel e la sicurezza che quella carne, quel sangue, sapranno distribuire sui muri delle case che abiteranno gli occhi attratti dalla perfezione da pala d’altare: furgone, Vincent, braccia – braccia, Vincent, furgone. Fosse per lui ci sarebbero solo furgoni con la scritta delle vernici Babel, un mondo di ordine e case appena riverniciate, messe in fila, sistemate, di pareti lisce che il vento asciuga e di famiglie pronte ad occuparle, senza sbavature, è il suo modo di vedere le cose. E la sua vita riflette la precisione della scritta sul lato del furgone. È tutto lì, per quanto possa sembrare assurdo, il segreto del mondo di Vincent è impresso su una lamiera saldata a un asse con delle ruote. Ha una moglie, Ellen, che lavora come cassiera al Supermercato a due isolati da casa, lei ci va a piedi, e quando piove è Vincent che la porta lì, e le lascia addosso un po’ del suo orgoglio, mentre gira, se la guarda, perché Ellen è un tassello del suo mondo senza sbavature. Hanno un figlio, George, che portano a scuola prima di passare dal supermercato, se piove, altrimenti si va diretti a scuola che è a quattro isolati dal supermercato e a sei da casa, e dopo in piscina che è a tre isolati dalla scuola, quindi a un giro sostenibile di tempo e cammino. La città è piccola, la loro contentezza no, sanno che questo era il massimo, l’hanno raggiunto e se lo tengono. Ieri sera, Vincent ha visto il suo eroe Clint Eastwood alla tv mentre parlava con una sedia vuota, ed ha molto apprezzato. La sedia vuota era il presidente che non c’era. Il suo stato sono le vernici Babel, anche se vota repubblicano e si riconosce nel governo degli Stati Uniti. Poi è uscito a fumare, in giardino. E come ogni sera ha guardato le case uguali in fila di lato e davanti, come barattoli al supermercato, e ha pensato che nelle file si sta bene. Dopo ha fatto un giro intorno alla casa, ha visto se era tutto apposto ed è rientrato. A letto ha detto a Ellen: «Siamo fortunati a vivere qui, e ad avere tutto questo». Ellen sa che suo marito deve dire quella frase un paio di volte al mese, quasi fosse il segreto che regge la trama della loro vita. Lo lascia fare, gli bacia uno zigomo e spegne la luce, a volte lui la stringe, altre parla dei suoi piedi, per la precisione dello smalto viola delle unghie dei suoi piedi. Una volta ha detto: «Sai Ellen, alla Babel dovrebbero fare anche lo smalto per le unghie, chissà perché non lo fanno».

Photo of Zach Hyman 

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One thought on “The Perfect Man

  1. apedieinstein ha detto:

    …una sola, piccola ansia lo turbava…scegliere bene il tacchino per il “Thanksgiving”, o quell’ultimo giovedi di novembre sarebbe stato foriero di cattivi presagi…

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