Il corpo come introduzione

1388580_10202221064318394_406357791_nIl suo corpo si stende sulla nostra memoria: immolato, offerto, maltrattato, consumato. È morto su una spiaggia perché davanti al mare si è sinceri. Ed è diventato un aggettivo. E a pensarci bene, dopo tutto questo tempo, quando? Un posto, una persona, un film sono diventati pasoliniani? Non so bene, quello che so è che sono in troppi a usarlo, e spesso in modo sbagliato. Trentotto anni senza Pier Paolo Pasolini. Una vita adulta. Segnata dal vuoto, di un poeta: vero, ultimo, totale, col suo viso marcato, da pugno chiuso, ossuto e torto, un poeta d’istinto, che scriveva anche versi brutti, ma dentro, in mezzo c’era la vita, tenuta stretta, messa al muro, attraversata e raccontata. Oggi che l’Italia si è fatta borgata, che Accattone è diventato senatore, e non deve vergognarsi se piagne o scommette, lui vivrebbe altrove, forse al Cairo, Rio de Janeiro, Stoccolma, in fondo Pasolini era così, una unione di idee diverse, un nodo di contrari. Scriverebbe su un blog o avrebbe smesso, come Busi, più di Busi, per mancanza di entusiasmo. Adesso che ne hanno fatto un Padre Pio della letteratura e dell’impegno, che i suoi posti vanno salvati, e quello che scriveva dimenticato, perché avverato, adesso che ne hanno fatto una griffe e anche un video gioco, un nome da far stare tra Meier e Totti per raccontare Roma e le sue periferie, e quanti ne abbiam visti passare che doveva spiegarci i cinesi a Termini e Tremonti al governo, e invece cercavano solo un contratto decennale da consulenti editoriali. Forse è stato quando abbiamo smesso di aspettarne un altro, quanno se semo stufati,  che abbiamo cominciato a usarlo come aggettivo, a farci stare tutto dentro al suo corpo fatto a pezzi. Offeso, deriso, linciato prima a parole poi nei fatti. “Se l’è cercata”, così commentò Giulio Andreotti, quando lo trovarono morto all’idroscalo di Ostia, poi l’ha detto anche per Ambrosoli, e di peggio dissero i fascisti che poi anni dopo si produssero in furiose capriole per tirarlo dalla loro appendendosi a qualche parola senza gancio. La sinistra ci mise molto silenzio, un po’ si vergognava, anche perché aveva smesso di leggerlo. Ora è inutile prodursi in questi giudizi su un esiliato in patria. Come è inutile porsi la domanda dove starebbe Pasolini oggi o che opinione avrebbe su quello che accade, come non credo che la maggior parte degli italiani lo rimpianga, se lo fa non se ne hanno notizie. Dalla sua morte l’Italia ha ingigantito i suoi difetti, ha tirato fuori la parte peggiore di sé, è stata televisivamente colonizzata nei sentimenti e nel linguaggio, viviamo tutti in borgata: ricchi e poveri, perché un paese così dovrebbe rimpiangere un moralista come Pasolini? Uno che disturbava, denunciava, polemizzava? L’omologazione che lui temeva ha straripato e inondato tutto fino a diventare strumento politico. Oggi la poesia ha perso potere e importanza, i poeti sono creature pericolose, meglio tenerle lontane o tenere vicino quelli che si fregiano del titolo senza averne la voce. Chi gli somigliava per irruenza, idee e capacità di stupire: Leonardo Sciascia, è morto e non è diventato nemmeno un aggettivo, anche chi ha sposato la sua causa, la sua libera religione dello scandalo dicendo la verità: ha un ruolo marginale, perché rimpiangere dunque una figura in disuso? A quanti interessa davvero sapere come è perché è stato ucciso? A quanti sono scivolate addosso tutte queste verità mancate per le quali lui si dannava, un lungo elenco di omissis su mandanti e assassini di stragi e uccisioni come quelle di Pasolini stesso? Stanno tutte in fila per le scale dell’oblio. E l’elenco dell’odio e degli insabbiamenti sarebbe più lungo del loro contrario. Come pure quello della rimozione: il luogo della sua uccisione è un campo aggiustato alla meglio dov’è deposto un solitario monumento, e nemmeno la figuraccia rimediata con il presidente François Mitterrand ha fatto pensare a qualcosa di degno per quel luogo. Quante strade importanti portano il suo nome? Quanti insegnanti si sforzano di farlo entrare nel risicato programma novecentesco che precede la maturità? Nonostante tutto: resta molto, a cominciare dalle sue parole: poesie, romanzi, articoli; e poi i suoi film, la sua voce, il suo viso, le sue interviste, un regalo al futuro, una sorpresa che scavalca l’incomprensione, un linguaggio annodato alla verità: eccezionale, scioccante, preveggente, speso alla ricerca estrema di una visione diversa. Il resto è ipocrisia.

Eccome

C’erano facce, e bocche e denti nell’esercito di gente che popolava i suoi scritti, i suoi film, e l’emozione di starci, la voglia di dire ecchime ce so, e ve racconto de ieri sera e da’ Roma, der calcetto e de quello che me so pippato, ma pure der frocio che  firmato tutto cor telefonino come nemmeno a Vucinic in mutande, e mmò c’ho guardamo, se guardamo er film che ho girato annando co’ lui dar gazometro alla stazione fino a Ostia, come se fosse l’ultimo dei Vanzina. Ma ar posto de Christian De Sica ce sta Pasolini. È un firm, na pellicola, come dice er critico che se guarda Moretti, che c’è sta dentro tutto, Allah che è grande come Marsiglia e un pezzo de Tunisi, e Cristo che voi mette San Pietro ca’ Mecca? ‘a trama è semplice, c’è uno che filma Roma e l’altro che guida, e poi scopano. Parlano, gireno, chiameno e poi alla fine scopano, ma lui stavolta nun more. Perché me va de girà un film allegro de quelli che nun se fanno più a Cinecittà, che ora ce stanno solo architetti e avvocati, che se pure so froci nun se sporcheno, e nun guardeno mai ‘ncazzo. Stanno tutto er tempo a discute, da famiglia e magari pippano, giocano ar calcetto, ma nun escono. E se escono poi me morono investiti, da nun credecce. Ar massimo se vanno a schiantà cor porche a Fregene dove se more da ricchi, Ostia è da polacchi. Anfatti lui ce annato. Scolta. I vuèj fati un discors ch’al somèa a un testamìnt. Ma recuàrditi, i no mi fai ilusiòns.

L’aggettivo Pasolini

Chiudi gli occhi così ricorderai tutto.

La solitudine è strana

C’era una grande pioggia Baghdad e il silenzio come un cortile che si apriva sulle strade strette e puzzolenti come la vita, e tu mancavi come la fede a un prete, me ne stavo sospeso tra l’asfalto e l’alba, volevo salire su un grattacielo per guardare questa parte e l’altra, ma la città è irriconoscente con chi sa già dove guardare. Dicevo all’uomo degli hotdog che mi mancava il tuo respiro rosso, porpora, e le spalle che fanno sparire la normalità, mordendo, s’intende. E mi perdo come un cane, anzi un cane, che non può conoscere gli orari degli spettacoli, né chiedere: che danno al cinema stasera? È un miracolo se riesce ad andare, senza padrone, e aspetta, aspetta che sia giorno, e le sue ore, per poi dire addio alla poesia e sperare in un amore normale, senza promesse, solo voce, e con questa coprire la piccola strana distanza che ci separa. Non siamo in un kolossal americano, ma in un film sudamericano, con un ritmo impazzito, su e giù con paurosi cambi di luce, anche vuoti di stomaco davanti all’irrimediabile ricordo dell’amore passato e dato, con te che dici: giochiamo ancora? E io che annuisco immaginando il resto. Che poi l’amore è dispersione senza libri contabili, ci vuole un cuore diverso per sperperare senza chiedere e tu ce l’hai, difficile immaginare una testa più dura della tua, e anche un suono di passi che d’improvviso si alza e fa battere il cuore perché sai quello che verrà, e allora occhi chiusi, e ti chiedi se è così che fa anche il giorno: tremare e crescere per continuare.

Ma qualche volta i poeti sono ancora felici?

Se ti dicessi che ti scrivo dal Corviale, non ci crederesti, è autunno e qui l’utopia è il superenalotto, e se arrivasse il futuro li troverebbe in accappatoio davanti al mare fermo della città, eco lontana, in religiosa assenza di forze e Dio. Il nostro quartiere è un mistero doloroso, fatto di desideri giallorossi e cani solitari intossicati dai pasti rubati.

Ostia è lontanissima

Pochi chilometri e cambia tutto, addio storia, piramidi, basiliche. La via del mare è buia, pini, erba alta, l’ippodromo di Tor di valle è l’ultimo indizio di città, il resto è periferia: Giano, Dragona, Acilia. Buio, Ostia, Ostia antica, no, Idroscalo. Una strada lunga, rete ai lati, dietro c’è la spiaggia. Mica si vede, di sera, il monumento di Mario Rosati a Pasolini. Nulla. Buio. Il campo di calcio non c’è più. Resta un segno muto. Solitario groviglio di forme. Dietro, spuntano come aghi i pali delle imbarcazioni, dondolano, sospinti dalle onde, ma il mare si intuisce, si sente solo, nemmeno quello si vede, oltre l’erba: un dosso di terra. Di fronte la “Oriflex” fabbrica materassi e reti d’ogni tipo e misura.

Il mostro della spiaggia

La faccia nella sabbia, provvisoria, mortale, il mattino che gli tocca le spalle, sembra di scherzare, ma dopo una vita ce ne vuole un’altra, per compensare, un cuore diverso e una voce che ti avvisa: il Tevere è pieno di morti. E Roma è un film dell’orrore.

 

Photo of Graziano Panfili  http://cargocollective.com/grazianopanfili/Pier-Paolo-Pasolini

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One thought on “Il corpo come introduzione

  1. […] morte che ne cancella un’altra, come un’onda del mare si porta via anche la verità sul poeta Pierpaolo Pasolini che era scritta su una spiaggia di Ostia. Con “Pino la rana” – morto al Policlinico Gemelli a […]

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