Dura solo un attimo la gloria

Comincia dall’odore dell’erba, Dino Zoff, per raccontare la sua vita. Parte romantico e finisce scherzando su una fantasiosa ipotetica squadra ideale. “Dura solo un attimo la gloria” (Mondadori, pp. 180, euro 17) è un libro che disegna benissimo l’uomo Zoff – che si inventa scrittore per i nipoti fermando i momenti migliori della sua carriera – e poi ricorda il portiere che tutti abbiamo nella memoria prima ancora dell’allenatore messo da parte troppo presto (la sua riflessione sul sistema calcio va oltre Zeman). Parte da terra per arrivare al cielo, non dimentica nessuno, nemmeno chi gli ha regalato amarezze ed esclusioni. «Ho giocato a calcio per quarant’anni, di cui undici di fila, senza riposarmi mai, nemmeno per una domenica, nemmeno con la febbre e con gli acciacchi. Quarant’anni trascorsi con la faccia affondata nell’erba, o nel fango, o sulle righe di gesso dell’area di rigore, con gente pronta a staccarti la testa pur di arrivare un secondo prima di te su una palla. Qualche volta ho perso, più spesso ho vinto, ma questo non è così importante. Mi hanno chiamato mito, monumento, leggenda. Le mie mani sono finite in un francobollo commemorativo firmato da Guttuso. Ho giocato a scopone con Sandro Pertini, scherzato con Karol Wojtyla, viaggiato con Gheddafi, mi sono confidato con Gianni Agnelli». E poi si sono gli amici fraterni Gaetano Scirea ed Enzo Bearzot raccontati con molta tenerezza e rimpianto. C’è anche la sua esperienza a Napoli, ricordata con molto affetto, fase cruciale della sua carriera con Iuliano e Pesaola a fargli compagnia, quest’ultimo autore di una pazzia molto napoletana per averlo, strappandolo al Milan. «L’impatto con Napoli è stato fortissimo e straordinario. È una città di mare e di calore, di frastuono. Così lontana dal mio Friuli. Quando arrivai, pensai di trovarmi in un altrove assoluto. Ma non mi spaventai. Anzi, mi lasciai allagare da quei colori e oggi posso affermare di aver fatto bene. Perché Napoli mi ha insegnato molto. Soprattutto la concentrazione. E anche questo, quando lo racconto, fa sorridere di incredulità quasi tutti. Eppure è proprio così. E poi, più di ogni altro luogo, ha saputo affinare la mia personalità, il lavoro sul carattere, che io considero la base dell’autodisciplina. L’impronta di te stesso che mostri in campo è quello che poi sei anche al di fuori, nella vita». Per tutto il libro Zoff, tra la vittoria mondiale del 1982, l’amicizia con Arpino, la delusione per la sostituzione con Maifredi alla Juventus, gli inseguimenti con Gascoigne, la passione per Guccini, il mondo contadino familiare, i motori, la festa con Yashin, analizza e riflette sull’essere portiere, un ruolo diverso, disperatamente collegato all’occasione: «In porta, o si gioca come si deve o non si gioca»; «Un buon portiere deve vedere e prevedere»; «il portiere non è un ruolo, è un modo di essere» e via così arrivando a chiedere di non immaginare quello che passa nella testa dei portieri: «Non fatelo. Sarebbe inutile. Se non avete giocato in porta, non potrete capirlo mai. C’è un vento silenzioso che dilata il tempo e comprime la volontà, proprio come si comprime una molla». Questa autobiografia ci consegna uno Zoff diverso, per nulla musone, silenzioso sì, e non ancora sorpassato, a dispetto di come è stato raccontato. E, che, rivela anche dettagli comici, come il trucco per stare attento in campo: «Mi facevo mentalmente la telecronaca della partita, seguivo l’andamento in campo minuto per minuto. So che «Zoff che fa una telecronaca» è un’idea che suscita il sorriso, ma mi è tornato utile dopo, quando sono diventato allenatore». Ed è tornato utile a noi, averlo, in campo e in panchina e ora in un libro che racconta la sua vita: una linea dritta, come quella che ha avuto sotto i piedi a segnargli le partite.

[questa è la recensione all’autobiografia di Dino Zoff, uscì su IL MATTINO a settembre 2014, la metto ora per fargli sapere di nuovo quanto è importante, adesso che appare debole per la prima volta]

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One thought on “Dura solo un attimo la gloria

  1. […] Allodi, alla Coppa Campioni preferiva il Napoli, anche perché era stata la squadra dei suoi idoli: Zoff e Castellini. «Mi chiamo Claudio Garella e sono passato dalle garellate a Garellik. Sono un uomo […]

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