Yanez con la bicicletta

Ancora una volta, con la testa, è risorto: Vincenzo Nibali, lo sconsiderato Nibali, che sembra Yanez con la bicicletta. Mai una vittoria banale, esce ed entra dal tempo e dalle gare, quando appare perduto, sprofondato, allora c’è speranza: risorgerà. Lo ha sempre fatto. Fino a tre giorni fa sembrava fuori dal giro, accompagnato da un fuoco amico di rimproveri e giudizi negativi: non ha gamba, non è più Nibali, non ce la farà, e poi l’olandese Steven Kruijswijk ha più benzina. Invece, lui, da Pinerolo a Risoul, si è lanciato all’attacco, e il giorno dopo è di nuovo in maglia rosa. Freddo, ineccepibile, e concentrato in cima. La scienza nuova del ciclismo. Nibali sente la strada, mastica la salita, si esalta in discesa. È un ossimoro: l’estremo criterio dell’avventura, la composta ragione dell’istinto, la forza della fragilità. Complice la caduta di Kruijswijk, è ritornato in gara con una prepotenza da moto di piazza. Una enorme forza di recupero, in apnea, e in salita, per poi lanciarsi in ardite discese senza nessuna ombra non solo di paura ma nemmeno di calcolo, un lasciarsi andare come premio, a briglia sciolta, dopo aver tirato, forzato e capovolto la classifica. Passando da ossimoro a paradosso: ha vinto il giro in due tappe e in due mosse. Prima Kruijswijk e poi Esteban Chaves, ingoiati per pressione e passione, poi ha cancellato l’incompiutezza dal suo giro d’Italia. Due giorni di pura avventura, da giungla. Come uno scacchista, con la stessa violenza estrema eppure indolore degli scacchi. Il suo è un ciclismo vissuto sull’orlo dell’improbabile, si potrebbe farne una saga alla Indiana Jones, e avanzerebbero colpi di scena. Nibali è tutto un rapido e sensibile miglioramento quando ormai sembra finito. Impossibile seguirne il respiro profondo che fiuta la possibilità di rimonta, lo sguardo socchiuso che legge la crepa che si sta aprendo nell’orizzonte chiuso dagli avversari, e, infine, il tendersi del volto nella contemplazione della vittoria. Sotto questo, ha un cuore enorme, oltre il suo, quello di Michele Scarponi: un gregario venuto dal passato, un vero mulo da seconda guerra mondiale, che poteva vincere la tappa l’altroieri, e invece si è fermato per aiutare Nibali, con un gesto deamicisiano, che ha di fatto deciso il giro. Insieme sono il concatenarsi delle eccezioni. La lenta costruzione che poi in due mosse si mangia tappe e giro. Una capitalizzazione vorace, che trasforma il ciclismo in straripante thriller, recuperando spettatori, attenzione, pagine, romanzo. Costanza e ritmicità, come – appunto – solo Emilio Salgari, di cui è un personaggio: Yanez de Gomera. Sguazzando controcorrente, infischiandosene, anche perché Nibali corre da separato in casa – è l’ultimo anno d’Astana –. Ora, dopo le scalate, il ristabilimento delle priorità – la sua vittoria – non gli resta che la pianura, una passerella tra paesaggio e paesi, che sancisce la dimensione sovrana di Vincenzo Nibali. Il suo enorme coraggio e l’amore per la sfida: verso se stesso e poi verso gli altri. Una invenzione per pedalata, con una ossessività incostante, che va stimolata, provocata, messa alle strette per essere tirata fuori. Prima mimetizzandosi nel correre quotidiano, poi esplodendo, in una interpretazione strategia che diventa inno alla sfrontatezza. Un meticoloso romanticismo della pedalata che tende all’eccelso, d’improvviso, che esce dal ricettario del rigore, dalla tappa prevista. Per qualcuno è il successo irrefrenabile della furbizia e della fortuna; per altri è la messa a nudo del coraggio di provare l’impresa. Prima le mossettine sornione, poi il movimento d’eccezione. Una orchestra di muscoli e pensieri che diventano catena di montaggio: prezioso, muto, intreccio. La sua identità è la rivincita. Nibali concilia crisi e vittoria, le tiene unite, sembra averne bisogno, nutrendosene. Così ha già vinto Tour de France, Giro e Vuelta. Una scia riconoscibile la sua, fatta di un lessico di pedalate con sforzo d’egemonia. Le sue corse sono riassumibili come imprevedibili esclamazioni. Nibali è il ciclismo seducente dell’improvvisa sfacciataggine, che sembra modellato per il nostro tempo, quello delle serie tivù.

[uscito su IL MATTINO]

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4 thoughts on “Yanez con la bicicletta

  1. rodixidor ha detto:

    L’ossimoro è il tuo: accomunare De Amicis a Salgari 🙂

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