Orlando, ovvero un sogno fatto in Sicilia

Ormai è un rullo preceduto dalle grida da arrotino che dicono EIGM (ecco il gran miracolo), che spazza figliocci (Ferrandelli) e nuovi avversarsi figli di sigle e sfide, scazzi e sigarette fumate allo Zen (da Addio Pizzo a scendere e girare tra sedi di partito, carceri e ville, piazze e incroci, spiagge e scogli), portando la burrasca da ex discolo della Dc poi divenuto rauco a furia di comizi per la Rete, finito nel pozzo dipietresco o quasi, salvandosi dal puzzo con uno di quei salti con singhiozzo che solo lui sa fare. Chi è lui? Ma Leoluca Orlando, vecchio treno che sferraglia ancora per Paleimmo, e che arriva con tanto di banda e mail di Hillary Clinton cantando la Dietrich, perché lui ha studiato in Germania e conosce la lingua. Chi è oggi? Ma quello di ieri, sempre più cannibale, e capace di allacciare e convincere, parlare e portarsi dietro il suono dell’innovazione, anche se è quello del passato. Ed ha fretta di vincere perché deve continuare a vivere e vivere per lui è governare Palermo, cinque volte più una venuta male, perduta per gioco, sì, elettorale e brogli, o distrazione, e via lamenti, lui che è il re del lamento, sa farlo come pochi, un lamento da muezzin col sudore quanto basta sulla camicia inamidata che levati e il ciuffo da rialzare, mentre le sue batterie pulsano ancora e ancora e ancora, tanto che poi succede che quello di fronte si arrende, preso per sfinimento, e rivince, persino quando si lamenta contro se stesso, in un avvitamento da darwīsh. Ecco i numeri, dice, lui che nemmeno li conta più, lui che si permette screzi con Mentana perché tanto la tivù del continente ci serve a poco a noi dell’isola, che con qualche pennellata d’epoca piacciamo ancora agli americani, siam sempre gli stessi, non lo vede Vossia? Una dietro l’altra compaiono le cose che servono, l’arredo richiesto, l’atmosfera giusta, e Orlando in mezzo come un Mandrake cresciuto all’ombra della palma, sopravvissuto al rimbombo della mafia, alla caduta della repubblica e dei muri, delle ideologie e dei ponti autostradali, lui resosi fattore strutturale, riferimento topografico che coincide col Potere, un Palazzo che vaga e si muove, abitudinario, con un talento unico, dispari, capace di far convergere gli estremi, a turno, di passare tra euforici e sfasati, senza mai cadere, lui un po’ strilla un po’ balla, improvvisando il futuro. Spara e arroventa con una gestualità parrocchiale, da sagrestia, sa quando esagerare e quando votarsi a pietas. Alza lo sguardo quello che basta, tra un comizio e una delibera, una intervista e una assemblea, osserva i volti, conta il giusto e poi attacca il monologo, con meno fiato man mano che la campagna volge in discesa, più pause ma stesso accanimento e risultato. Inventa immagini, Orlando, ci mette inclinazioni personali e distorsioni di quartiere, fa l’arrangiatore con un linguaggio un po’ da magistrato un po’ da padre di famiglia, e quando piega la testa di lato è per raffreddare la concentrazione o virare verso la necessità principale. Manzonianamente. In un’alternanza esistenziale, è un po’ tutto, tutto quello che serve s’intende. Internazionale con l’accento che ammicca, efficace tra le scorte altrui, aria meditabonda, prima di mettersi dopo il papa solo perché lui al catechismo c’è andato davvero. È una professione la sua, incarnare le idee, possederle in versione scalmanato e poi piegarle al tempo. È anche una vocazione, mica facile continuare a fare surf tra le case palermitane, rinnovare il repertorio, convincere gli scettici, ri-convincere i fedeli che non lo erano più, ammansire il proletariato senza fargli né dargli torto, parlare alle pietre vecchie e nuove, in una diversità che non vuol dire discontinuità da sé, ma altra coerenza, riuscendo a far dire a tutti: alla lunga non mi dispiace.

 

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