Playgirls: schegge di italianità perduta

La distanza si è accorciata, il passo in avanti sperato c’è stato, ora tocca capire che farne. La Nazionale di calcio femminile ha convinto, inchiodato alla tivù anche gli scettici, e per ora portato a termine la missione. Uscire ai quarti con la fisica Olanda, stando tra le prime otto del mondo, ci sta. A coronamento di questo grande sforzo servirebbe un atto di coraggio come prendere il CT femminile Milena Bertolini e darle la panchina dell’Under 21 maschile, perché il suo linguaggio e la sua lettura delle partite, hanno ancora schegge di quell’italianità che nel calcio maschile è andata perduta. Un paradosso? Per nulla, anzi, possiamo dire che la Bertolini e la sua Nazionale hanno ancora l’essenza del calcio degli anni Ottanta, quello che tutti rimpiangono. Prima che arrivasse l’esasperazione, prima che i campi si restringessero, prima che i terzini cominciassero a chiedere le triangolazioni dopo aver stoppato e potevano ancora scendere e riscendere palla al piede e se gli andava crossare dal limite, insomma tutto quello che c’era prima e ora non c’è più; è stato questo passo indietro con l’aggiunta delle vittorie a creare la nuova alleanza calcistica tra emotività e calcio femminile. Le ragazze sono apparse compatte e molto “innocenti”, quasi selvagge, rispetto ai loro pettinati e troppo educati coetanei prestidigipedatori, hanno tirato fuori lo sporco primordiale del pallone e persino il sudore che sulla faccia di alcuni calciatori non si vede da anni, tutto quello che per brevità viene chiamato cuore. Mentre ci accingiamo a vedere il campionato (maschile) più sacchiano di sempre, mentre tutte le squadre hanno sposato lo spettacolo, la nazionale femminile si può permettere ancora di essere breriana, proprio per quella spiegazione fisico-culturale che ne dava Gianni Brera – l’esser gracili – in un misto di realtà-virtù. Poi, certo, Gioànn Brera fu Carlo passa per misogino – e i suoi detrattori saranno pronti a dire che no, non gli sarebbero piaciute le play-girls – ma c’è un Brera che non abbiamo mai visto: quello del cambio, e davanti all’Italia di Milena Bertolini ci può stare una distanza comportamentale da sé, in tanti hanno cambiato idea, forse persino Collovati ha rivisto il suo giudizio dopo le partite delle azzurre. Perché nei campi femminili c’è ancora tutto da fare, spazi da occupare, complessità da conquistare, e questo – apparente – passo indietro, riporta mezza Italia alla felicità, perché calcio e canzoni sono la parte fondamentale dei sentimenti italiani – con buona pace delle indagini sociologiche – e davanti a una macchina del tempo che diceva Calcio Anni Ottanta tutti hanno messo il gettone e schiacciato il pulsante Start. Il resto l’han fatto le ragazze togliendo le espressioni critiche dal volto dei maschi e andando oltre la loro storia. Dove il calcio diventa verniciatura metafisica loro ci hanno messo un dribbling e un altro ancora, un giro su di sé col pallone prima che arrivassero Messi e Ronaldo o peggio i Bale, segnando gol su respinta come un Paolo Rossi, mostrandoci ancora la brutta copia delle azioni, uscendo dalla Playstation e riportandoci alle sagrestie che videro passare gli Scirea e i Di Bartolomei. Tanto che a veder i Neymar così scafati viene un poco il magone, ripensando a cosa ha perso il Brasile e anche noi, all’ingenuità di Socrates al suo rifiuto del professionismo come baratto del gioco, ecco le ragazze italiane, il mondiale femminile francese, che ci han ridato indietro gli anni, come chiedeva Roberto Vecchioni in “Luci a San Siro”. Per un paradosso il gap fisico-tattico femminile ha rappresentato il rimedio all’esasperazione e agli eccessi del calcio maschile, alla deriva capitalistica, e la nostalgia ha coperto le mancanze, questo se vogliamo essere sinceri, se invece vogliamo stare alla narrazione allora le donne han vinto, sono migliori e compagniabella. Adesso tocca tenere insieme l’epifania, farla convivere con Sarri e Giampaolo e Ancelotti e Conte e Di Francesco e De Zerbi e Zeus-Sacchi, dirigendo il passato – che poi è il presente femminile – come se ci fossero ancora Bearzot et Brera.

 

[uscito su IL MATTINO]

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