Herzog e Onoda “l’imprendibile”

Senza nomeL’essenza della storia, il rapporto con la natura, l’opera impossibile, ecco “Il crepuscolo del mondo” (Feltrinelli, traduzione dal tedesco di Nicoletta Giacon) del regista Werner Herzog. Solo lui poteva tornare sulla vicenda di Hiroo Onoda: il tenente della fanteria giapponese che rimase a presidiare l’isola di Lubang nonostante la seconda guerra mondiale fosse finita. Inviato nel 1944 – gli era stato detto fatti le tue regole, combatti la tua guerra, non cercare contatti – si arrende “solo” nel 1974 davanti all’ormai ottantottenne maggiore Taniguchi che gli aveva dato l’ordine trent’anni prima, dismette il ruolo di resistente solo attraverso la stessa voce che lo aveva creato, su iniziativa di Norio Suzuki: uno studente che aveva abbandonato gli studi a Tokyo per viaggiare in autostop e poi cercare di realizzare tre obiettivi prima di ri-entrare nel sistema capitalistico giapponese: voleva ritrovare il soldato fantasma, vedere lo yeti – la terribile creatura dell’Himalaya – e un panda nel suo habitat naturale in Cina. Un programma herzoghiano. Riuscirà a portare Onoda a casa, dove avevano fallito l’esercito americano, quello giapponese e soprattutto quello filippino, per poi trovare la morte inseguendo lo yeti, una storia che ricorda quella di Timothy Treadwell, esploratore ambientalista raccontato da Herzog nel documentario “Grizzly Man”. E la natura è al centro del libro, una natura indifferente che va adottata e studiata per potersi perdere in essa, proprio come fa Onoda, senza soccombere. Solo Herzog poteva entrare in una tale connessione con un uomo capace di isolarsi, resistere e mimetizzarsi, riuscendo a non impazzire, nonostante tutto quello che non fosse appartenuto al suo passato gli suonasse come imbroglio e propaganda, inganno e trappola. Onoda fa parte degli uomini dispari che non si incastrano nel tempo, ma che vanno oltre, compiendo imprese impensabili, reinventando le regole del vivere, e riuscendo a stupire l’umanità. Esce dagli schemi, va oltre le sue possibilità, riscrive lo spazio e anche il tempo – poi scoprirà di avere un errore minimo – contando i giorni meglio di un calendario elettronico, riesce a cucire la sua divisa che poi diventa reliquia e a non far arrugginire la sua spada con l’olio di cocco, che impara a estrarre dalle noci e far bollire, e sarà proprio il flaconcino di quell’olio a farsi testimone della realtà, dettaglio che separa il sogno dall’immaginazione. Perché Onoda spesso si pensa come in preda a una febbre che lo porta a vedersi sonnambulo, un fantasma dentro un sogno che è la storia. Ubriaco dell’eccesso di cui è protagonista, esule in un habitat ostile come quello della giungla – anche se compreso e governato –, disperso nella sua fedeltà agli ordini, fantasma per gli altri abitanti di Lubang. La memoria modifica gli eventi, li deforma e confonde, se poi un uomo passa trent’anni all’erta, in moto continuo, per sfuggire a nemici che vede ovunque, attento a ogni singolo suono, profumo e movimento, finisce per bordeggiare la pazzia. L’intermittenza del dolore salva e permette all’uomo di agire, vivere, riprendersi. Onoda è portatore di quella che Herzog negli anni ha chiamato “verità estatica”, ed è un suo personaggio naturale, sta all’estremo, nell’imprendibile – essendosi fatto invisibile – e al limite della comprensione, escluso e distante, apparentemente sconfitto, in realtà il regista tedesco regala al lettore la raffinatezza della sua mente attraverso i suoi ragionamenti – frutto di domande inaspettate e risposte inattese – su gomme da masticare, pubblicità nei giornali, stelle e missioni militari, facendoci scoprire come la visione periferica e senza appigli abbia una profondità che è la vera salvezza davanti alla superficie che abitiamo. Onoda legge il mondo nei dettagli e ne ottiene una visione perfetta. Tanto che, tornato in Giappone e messo di fronte a un paese diverso – asservito al capitalismo e privo dei suoi valori – raggiunge il fratello in Brasile, stabilendosi nel Mato Grosso. Herzog vive d’innamoramenti e narrazione, Onoda è lo zenit. Il suo slancio verso la natura è la storia, il suo sistema efficace per non essere catturato la grande opera. E vede la sua fuga dal Giappone come un ricongiungimento e una prosecuzione: «Gli indiani silenziosi del Mato Grosso do Sul credono di avere due vite contemporaneamente. Soltanto in mezzo al bestiame nel Mato Grosso, Onoda si sente al sicuro. Il suo cuore batte con i cuori degli animali, il suo respiro respira con loro. Solo allora sa dove si trova, sa di esistere. La notte è finita e i banchi di pesci nuotano nel buio». In una armonia che è fatica prima che poesia, dolore prima che gloria e racconto.

[uscito su IL MATTINO]

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