La strategia dell’albero

Il cortile era troppa luce, albero, solitudine, tre muri e io che scavavo in un triangolo di terra. Sì, sotto l’albero. No, non volevo abbatterlo. Mi interessava tirare fuori il tesoro, ovvio. Chi mi aveva detto del tesoro? Un libro. Chi mi diceva che il libro contenesse la verità? Il fiume, che potevo sentire scorrere alla fine del cortile. Avevo un pensiero in testa e lo stavo traducendo in una azione concreta: 12 anni e un tesoro da cercare. 12 anni e nessuna sensazione di ridicolo, come invece mi sarebbe successo per il resto delle imprese strambe nelle quali mi sarei lanciato. A guardarli da qui, i giorni di allora sembrano il trasporto verticale verso la curiosità, un ascensore che lento scende verso le radici dell’albero. L’innesto di una catena di ricerche, non del tutto inutili, di viaggi al limite in posti lontani e assurdi: belli da raccontare, difficili da raggiungere, sopportare e superare. Alla fine sono qui, a ripensare a quel tesoro, al Mississippi che scorreva poco lontano e a me pirata di terra con la vanga al posto della spada, e una torta di mele che sarebbe arrivata a sera, nessun collegamento tra sforzi compiuti e dolce servito. Adesso che è difficile nascondersi, sono troppo grosso, e non ho più da scavare: lo faranno altri per me, e non cercando un tesoro. Ma in tasca avrò quello che trovai, dopo due giorni di scavi, col nonno che voleva fucilarmi come un ufficiale nazista e aveva lo sguardo feroce di Klaus Kinski, vedendo il suo albero assediato e sapendo che le talpe non sarebbero mai arrivate dove invece suo nipote si era spinto. Era la replica di una contrapposizione che si sarebbe ripetuta e ripetuta: con i vecchi da una parte i giovani dall’altra e la natura violata in mezzo, con i primi a difenderla e i secondi a non comprenderla. Erano anni lontani, non c’era Facebook per regolare le liti. La direzione delle attenzioni era governata dall’istinto, per questo avevo scavato, per questo mi fidavo del fiume: perché ero sempre in strada, era la mia radio a una sola frequenza, con la VOCE che diceva: Guarda fuori, e l’avevo fatto. Poi avevo unito i punti tra i libro, la voce e l’albero, e saltato a conclusione, prendendo a scavare. È una verità americana quella di saltare a conclusione, ma questo lo avrei capito dopo, stavo solo innescando la combustione che porta un bambino ad essere uomo: la curiosità. Le prove le devono cercare i detective, gli scienziati, i giornalisti. Io ero solo un sognatore, a me bastavano: fiume, libro e albero.

Photo of Ed Kashi

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One thought on “La strategia dell’albero

  1. apedieinstein ha detto:

    watching my son and reading your tale, the way alone to my tomorrow…

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