I funerali della Mamá grande

I funerali della Mamá grande, la Costa Concordia, sono cominciati, e dureranno cinque giorni, il tempo di rotta dall’Isola del Giglio fino al porto di Genova. Prima raddrizzata, rimessa in piedi e supportata, dopo essersi perduta alla sua funzione, caduta nell’errore del suo sciagurato capitano Schettino, poi assegnata allo smantellamento. Il relitto trainato da due rimorchiatori, impacchettato da tutori galleggianti, è scortato, seguito, in video e per mare, come si segue un funerale, c’è chi non ne può più e si lamenta – gli incazzati – e chi invece la accompagna come se conoscesse la nave da sempre – gli inchinati –. Un popolo di testimoni inconsapevoli coperto dall’ombra di una nave da crociera, che lenta lenta passa. È la nostra Lady Diana, il suo tunnel dell’Alma un’isola, una Moby Dick che si è smarrita e incagliata, sotto gli occhi d’Achab che ha perso la sua boria trasformandosi in un guappo napoletano che si fa fotografare ai party. È il nostro romanzo da scrivere. Ricordo capitani che parlavano delle proprie navi come di donne, con aggettivi prima dei nomi, elencandone entrate in porto e tempeste quasi che fossero matrimoni e innamoramenti, ma dei funerali non ne parlavano mai, qualcuno citava una spiaggia pakistana (dove si arenavano per essere smantellate) come si cita il paradiso, una cosa lontana da venire. E, questo, invece è un funerale, quello della nostra Mamá grande, la Costa Concordia, una nave che ha sui ponti tante perdite, oltre quella dei trentadue (32) morti, oltre l’unico disperso ancora: il cameriere di origini indiane Russell Rebello, oltre quello del motivo futile dell’incidente, ma soprattutto la perdita della nostra sapienza del mare, quella che ci faceva navigatori dall’Eur alle Americhe, e, che, rumorosamente, prima è entrata nelle nostre vite, il 13 gennaio 2012, con l’incidente, e ora ne scivola via. La Concordia quella notte è diventata la padrona della nostra immagine in mare, e man mano che si inclinava, man mano che cresceva il numero di morti, man mano che le cronache ci raccontavano i comportamenti del suo capitano e dell’equipaggio, l’acqua che entrava nei ponti, che travolgeva le cabine e i corridoi, le poltrone di velluto e la sala macchine, i ristoranti e i pianoforti, era la stessa acqua che si riversava anche nelle nostre stanze attraverso pc, tv, radio, telefoni, poi aspirata, coperta, rimessa in circolo. Siamo annegati tutti, trascinati via, il relitto è diventato metafora di governi e squadre di pallone, tranne del nostro comportamento in mare, del nostro avergli voltato le spalle, smesso di rispettarlo e preso ad ignorare. Il mare come sfondo, che la Mamá grande, la Costa Concordia, c’ha portato in casa, nave da crociera che diventa corpo di lutto, problema di ingegneria, prima ancora che di perdita. E, ora, a 2 nodi di velocità, trascinata, rimorchiata, galleggia a spalla, nel Tirreno, passa ad occhi chiusi, oblò sfondati, alghe addosso, e anche se sulla Mamá grande, Costa Concordia, è stata nuovamente issata la bandiera nazionale – “perché è sempre iscritta al nostro registro navale” come ha detto il capo della protezione civile –, quel tricolore è bagnato, caduto, perduto e con lei il senso dell’avventura e la sapienza senza monitor di Cristoforo Colombo. Con gli occhi seguiamo un relitto che ci dice che non siamo più navigatori, come ci eravamo accorti di non essere più santi né poeti o eroi, quanto piuttosto un popolo di astanti, presidenti, cugini, amici, al massimo avvocati, ma niente a che vedere con la gloria. È un corpo abbandonato al calore dell’estate, pallido, trascinato per il mare, quello della Mamá grande, Costa Concordia, discinta, consumata, ha perso il candore del suo bianco che la fasciava tutta: quello dei sogni, in funzione della cenere, si è fatta rottame, rovina, materia da poeti (a trovarne di capaci), infine: ultimo viaggio. E a noi tocca pure inchinarci, per quello che rappresenta e non per quello che era.

[uscito su Il Mattino]

foto di Gregorio Borgia

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One thought on “I funerali della Mamá grande

  1. rodixidor ha detto:

    Ed il requiem che risuona nelle orecchie di noi tutti, ormai mesto ed attenuato dal tempo è: “Torna a bordo, cazzo !”

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