Tentativo di esaurimento di Moravia

Ha cercato a lungo una pagina che lo guidasse per il suo libro su Alberto Moravia, poi è volato in Italia. Tre giorni a Roma: interviste con le donne dello scrittore e visita alla sua abitazione. A lui sembra di perdere tempo. Joyce, invece, è entusiasta della città e dell’atmosfera, a lei non interessa il suo saggio ma questi giorni di vacanza. Dicembre inoltrato e c’è un sole da primavera, dopo aver passeggiato a lungo per i fori, ha deciso di andare a Sabaudia: la città giovane e di marmo voluta dal Duce, le ville sul mare, la sua tranquillità, l’atmosfera di luogo d’élite persa, il posto dove Moravia consumava l’estate. Gli è parsa l’unica via d’uscita. Non sa perché si è trascinato fin qui, ha anche preso un anticipo da una rivista per un articolo sui luoghi di Moravia che non ha voglia di scrivere. Ha tradotto i suoi libri e sa tutto di lui e – con il nuovo anno e il centenario della nascita che riporterà lo scrittore sulle copertine –  ci saranno molte richieste, dovrebbe essere preparato a rispondere non a fuggire. Guarda Joyce, e sente la sua gioia, non osa dirle che stanno perdendo tempo. Sono venuti dagli Stati Uniti per Moravia ma lui ha già capito che non serve a nulla, avrebbe potuto scrivere i pezzi dalla sua casa di campagna dove si vede con la ragazza ma ha voluto portarla via, lei non era mai stata in Italia e lui voleva staccarsi da sua moglie, dai suoi figli, e dopo il natale rivedere il suo passato. Hanno attraversato il lago di Paola e ora vagano sul litorale in cerca della casa sulle dune che ha visto mille volte in filmati e foto, manco custodisse lo sguardo dello scrittore, il suo tempo su questa spiaggia o la sua faccia da senatore romano e la sua vocina fuori sincrono che sentenzia in un documentario: “il mare si fa guardare perché è sempre in movimento, la montagna mi annoia, è sempre ferma”. Era così Moravia: semplice e definitivo. Forse per questo veniva in vacanza a due passi da casa e non andava in Sardegna, viaggiava quando gli pareva, quando gli altri erano inchiodati alle sedie in ufficio o al freddo nei cantieri, per  mostrar loro il futuro. La spiaggia è un verbo al passato, un deserto, ogni tanto spunta una coppia e qualche anziano col cane che corre. Fa molto caldo, il mare è limpidissimo e le ville son tutte chiuse. Joyce passeggia davanti e lui la guarda ancheggiare, ha venti anni di meno e tanta voglia di vivere, un desiderio per ricciolo e quando piega la testa – scoprendo il collo – è irresistibile. Lui pensa che fra poco questa gioia finirà ma non riesce a godersela. Ha – come sempre – l’ansia della scrittura, sente crollare i suoi progetti, il suo libro è fermo e venire in Italia non gli è servito affatto. Ha barattato i biglietti aerei per la sua scrittura ma se ne sta pentendo dal check-in al JFK. Camminare nella sabbia lo affatica. Joyce, invece, fila via contenta e torna indietro solo per baciarlo. Lei pensa che lui abbia bisogno di guardarsi intorno per scrivere e lo lascia solo, non vuole disturbarlo, è ubriaca di suggestioni letterarie. Lui ha raggiunto l’apice del distacco, non vuole sentirne parlare di queste sciocchezze ma con Joyce lascia correre, come ha già fatto con le idee repubblicane, il cinema e la musica, in nome dei suoi fianchi. Lui pensa che lei sia una dea svagata, una donna che non ha ancora capito bene come funziona, scegliendosi una guida sicura per questi anni di transito, e proprio non gli riesce di pensare che lei lo ami come dice. La segue ma in bocca conserva l’amaro di chi non ce la fa ad andare a fondo. Gioca al freddo ma è innamorato, cerca di non aprirsi ma poi sopporta il suo disordine nella stanza, i suoi futili racconti e soprattutto le ore di shopping. E quando vede le sue tempie grigie nelle vetrine si giustifica con la scrittura, in fondo è uno scrittore che macina ogni esperienza, che si lascia coinvolgere per capire e raccontarlo, ma sa che è solo una bugia per mascherare il suo tradimento. Un gran bugiardo, e questo viaggio ne è la prova. Ha tradotto Moravia più per soldi e prestigio che per passione, per tirare i suoi racconti non per amore dello scrittore italiano. Non ha rifiutato la proposta del libro mirando a un contratto per il suo romanzo, ha attraversato l’oceano per Joyce con i dollari della rivista e ora i luoghi dello scrittore lo hanno messo al muro. Si è sentito un vigliacco sulla spiaggia. E anche adesso, salendo le scale del municipio dietro un nano che gli fa da guida, sente il ridicolo delle sue azioni. Dalla finestra può vedere Joyce persa a decifrare le iscrizione murarie del regime. Gli sembra una azione inutile, per un attimo gli è apparsa come una giovane americana stupida, ma poi il suo sguardo è sceso fino al fondo schiena e il cattivo pensiero svanito, ora vede quello sforzo come una prova d’amore di una giovane dea. Non ha concluso niente in municipio, ma ha strappato il nome di un ristorante straordinario: vista mare. È stato facile trovarlo, entrando sulla destra c’è una foto di Mastroianni che non guarda e sorride, di fianco una di Berlusconi con il suo ghigno. In mezzo ci sta l’Italia, ma non gli va di dirlo a Joyce, lei ha visto il presidente italiano con Bush e lo trova simpatico. Non sa cosa c’è dietro il sorriso di Mastroianni e per un attimo lui ha anche pensato di raccontarle quegli anni: quando stava a Roma e le volte che ha intervistato Fellini, ma ha lasciato correre, dicendo: scegliamo il vino. Il posto è un incanto, il pesce fresco, l’integrità dell’orata era una prova che anche Joyce ha colto, magari c’era troppo olio negli spaghetti con le vongole ma hanno rimediato con una frittura di pesce sublime. Mentre mangiavano la pastiera appena sfornata: lui si è visto a letto con lei, toglierle gli abiti con i denti, lei si è vista in spiaggia abbracciata. Alla fine hanno passeggiato nel cimitero, lui ha insistito prima che chiudesse e lei ha ceduto in nome della letteratura. Lui dice che la città dei morti racconta quella dei vivi e lei si fida, anche se lui non le crede. Sabaudia di sera è luci fioche e poche persone per strada. Gli spazi guadagnano bellezza, e anche se è stata voluta da un regime: la città è moderna e non ha la volgarità che ha travolto l’Italia in questi anni. Joyce chiede se sia un luogo per nostalgici nazi, ma lui questo lo ignora, anche se risponde sicuro di no. Qui dovrebbe partire una lezione sull’architettura del regime che ha modernizzato l’Italia, ma non ne ha voglia. Vuole andare a letto con lei, ha messo in piedi tutta questa storia solo per lei e per il suo corpo, il resto non conta. Moravia è nato cento anni fa solo per consentirgli di andare a letto con una donna magnifica, e dopo ha scritto i suoi romanzi per farglieli tradurre e tenere una lezione sulla letteratura italiana in una piccola università dell’Ohio per permettere a quella donna di innamorarsi di lui o almeno di andarci vicino, ma queste verità non puoi dirgliele mentre tocca cosce e sorride, ricordando una lontana estate a Sabaudia.

Renato Guttuso, Ritratto di Moravia, 1982, olio su tela, cm 122 x 95 Casa Museo “Alberto Moravia”, Roma

[uscito su IL MATTINO 26 settembre del 2007]

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