Permettete? Ettore Scola

Ha pedinato l’uomo, Ettore Scola. Imparando la lezione che veniva da Vittorio De Sica e Cesare Zavattini, su quella c’ha messo il suo occhio da disegnatore satirico passato per le mani di Marcello Marchesi e prima per il giudizio di Maccari al Marc’Aurelio. Ha fatto un cinema del dubbio, mischiando la tragedia al riso, sempre. Combinava buffo e fantasioso, alto e basso, riproponendo la realtà italiana: dal fascismo agli anni novanta. Più politicizzato di Risi, meno apocalittico di Pietrangeli, bordeggiava Monicelli in certi personaggi emarginati e nelle situazioni così disperate da capovolgersi, è stato il più claustrofobico di tutti: Una giornata particolare o La famiglia ma anche Brutti, sporchi e cattivi, son tutti girati in interno. Nel luogo chiuso, o comunque in un ambiente/mondo ben definito ha dato il meglio: C’eravamo tanto amati, La Terrazza. La sua prima battuta fu per Totò Tarzan: «Lei Cheeta, io Tarzan, tu ‘bbona», che sembra quella rivolta anni dopo al Manfredi portantino per la bella Sandrelli: «Chi è questa? ‘namica tua? Bbona, t’ha sei fatta?», e prima aveva scritto per il Mario Pio radiofonico di Alberto Sordi. Il resto l’hanno fatto la letteratura francese e quella russa. Scola è stato il regista delle crisi: economiche, politiche, sentimentali, annodate a vicende di quotidianità. Una lunga carriera da sceneggiatore (pensate a Il Sorpasso, Anni ruggenti, La marcia su Roma, Io la conoscevo bene) prima dell’esordio alla regia, gli ha consentito di perfezionare i meccanismi di scrittura, misurarsi con ogni tipo di storia, fino a portarlo a una consapevolezza che sembrava alterigia, antipatia e che invece era garanzia sul set. Ha usato al meglio la generazione di attori della commedia italiana disperdendosi in Gassman, Manfredi, Mastroianni, Sordi, Tognazzi fino a Massimo Troisi (Splendor, Che ora è, Il viaggio di capitan Fracassa) che ha maneggiato con cura, quasi cullandolo e lasciando emergere la sua malinconia a dispetto dello humour. Quello che colpiva dei suoi film era il senso della contemporaneità, che – in un paradosso – conservano ancora, perché a dispetto del contesto, c’era una universalità di situazioni che si ripeteranno ancora per molto (pensate alla situazione Mastroianni-Loren e alla sovrastruttura Duce-fascismo-Mastroianni, in questa piramide leggerissima c’è il suo cinema). I suoi film non cercano di far apparire le cose immaginate come vere ma di renderle significative, quasi da sole. Capitalizzare ogni esperienza, quasi in un regime di minimalismo – da pagina a schermo – che diventa un pedinamento silenzioso degli italiani. Diceva che l’autore assomiglia all’entomologo: «deve catalogare il personaggio, infilzarlo con uno spillo e metterlo sotto vetrino per esaminarlo più da vicino, per rivoltarlo, per vederne le fibre più nascoste». Lui, alla tragicità dell’infilzare ha aggiunto la crudeltà del comico che rivolta l’infilzato, mostrandoci l’insignificanza delle cose.

 

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One thought on “Permettete? Ettore Scola

  1. rodixidor ha detto:

    Aspettavo il tuo contributo ad Ettore Scola. Lo chiamo contributo anche se con i tempi che corrono riguardo la musica pop, il cinema ed il mondo dello spettacolo in generale leggiamo più necrologi che recensioni. Forse siamo sul crine di un cambio generazionale o siamo diventati tutti più vecchi.

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