Frank Lloyd Wright: una canaglia senza simpatia

Taliesin, Wisconsin, autunno del 1932, un giovane architetto giapponese a bordo di una lucente automobile sportiva, giallo e nera, cerca una prospettiva occidentale e soprattutto Frank Lloyd Wright, l’autore dell’Imperia Hotel, straordinaria bellezza di linee sopravvissute a una catastrofe sismica. Esempio per tutti i giovani come lui che studiano architettura nel suo paese. Comincia così, il libro dello scrittore americano T.C. Boyle “Le donne”, edito da Feltrinelli (446 pagine, 20 euro). L’idea di scrivere un libro che attraverso le sue donne raccontasse la vita dell’uomo che ha cambiato l’architettura americana e influenzato irreversibilmente quella mondiale, nei cinquant’anni del suo museo: il Guggenheim di New York (ci fosse ancora Bruno Zevi, direbbe che mi sbaglio che Wright era il migliore del secolo, e che questo libro ci voleva perché il racconto del genio ha mille storie). A Boyle la voglia di scrivere questa storia deve essere venuta analizzando la casa dove vive: la Stewart House, l’unica in stile “prairie” progettata da Wright in California, anche perché il suo romanzo arriva, dopo l’autobiografia dello stesso Wright (“Una autobiografia”, Jacabook), il libro: “La fonte meravigliosa”(Corbaccio) di Ayn Rand, poi film – inguardabile – con  Gary Cooper e Patricia Neal, e in ultimo “Mio amato Frank” (Einaudi) di Nora Horan. Il romanzo di Boyle è diverso,  ruota attorno a due punti-assiomi: la casa è donna, e per costruirla bisogna conoscere bene il modello originale dell’accoglienza, ecco il perché delle avventure wrightiane e dell’importanza di inseguire la femminilità, mondo sfuggente con capacità (ri)generative. Il secondo è lo sguardo, quello di un orientale che scopre l’America in un percorso di formazione non solo architettonica ma di maturità umana, e ci racconta papà Frank come lo chiamano i suoi allievi (quelli dalla comunità di Taliesin, ricostruita tre volte) con innesti di fiction, o Wrieto-San come lo chiama la voce narrante giapponese (personaggio inventato) alle prese con il mondo femminile che gli ruota intorno. Donne martiri e donne assassine, in comune l’ossessione di averlo, di restare con lui, pronte a perdonarlo come a vederlo morto, e invece l’architetto longevo (1867-1959) e volubile di-segno e carattere (basta vedere l’evoluzione dei suoi progetti e leggere le disavventure delle sue donne), fugge e ricrea, cade e si rialza, senza mai stare fermo. È un imprendibile, e al di fuori delle corde della sua arte: è una canaglia, con un ego forte, egoista inverosimile con punte di vigliaccheria. Si comincia invertendo gli incontri: lo scrittore parte dall’ultimo, quello che avviene a Chicago nel 1924, con la sua terza e ultima moglie, trentatreanni di meno, Olgivanna Lazovich Milanoff, ballerina e aristocratica serba di origini montenegrine, che, sedotta, vinta, conquistata, abbandona il marito e con la figlia Svetlana segue Wright nel Wisconsin, accettando di fingersi una governante per salvare le apparenze e aspettare l’imminente divorzio dell’archi-star dalla moglie Maude Miriam Noel, con tanto di cronache  e foto su i giornali scandalistici del tempo. Boyle è bravo a fornire scene su scene convincenti al racconto, zeppe di dettagli: profumi e facce, e ci mette molto del suo impegno per farci entrare nella mentalità del tempo, e seguire, una vicenda che potrebbe svolgersi (e si svolge) tranquillamente qui, oggi, nel nostro paese. Con avvocati, conferenze stampe e incursioni e richiami a una presunta moralità che vale sempre un po’ di più quando si tratta degli altri. Miriam sembra una indemoniata, non molla nulla, le prova tutte, in nome di un amore che Wright si è lasciato alle spalle con molta freddezza (la telefonata fra i due è un saggio sull’animo del genio, sulla sua a-temporalità, e inumanità, e soprattutto è la prova della profonda conoscenza delle donne che aveva papà Frank e in scia Boyle). Ma nell’ultima parte, in questo percorso con la freccia del tempo invertita, scopriamo un Frank appassionato, spiantato, prima di essere una star, con Mamah Borthwick primo grande amore (dal risvolto tragico), con la quale fa un viaggio in Europa che sarà alla base della sua formazione e del suo slancio non solo culturale. Il risultato è un romanzo corposo e scorrevole (quasi un ossimoro), non privo di ironia: a cominciare dalle curiose note (di finzione per l’edizione in lingua giapponese). Tra le prove migliori di Boyle che da sempre insegue un romanzo trasversale che abbia argomenti alti ma capace di arrivare a tutti, l’obiettivo era di fare della vita di Wright(che si presta benissimo) un romanzo popolare, la missione è compiuta, l’obiettivo centrato. “Tutti prima o poi siamo stati il grande amore di qualcuno”, scriveva Andrew Sean Greer, Frank Lloyd Wright lo è stato di tre donne, in modo insolito e rocambolesco, le ha conquistate amate, lasciate, perse. Questo romanzo prova a entrare in quelle storie d’amore, a rivoltarle verso di noi, a farcele vedere, e ci riesce al punto che il lettore spesso perde di vista la grandezza degli edifici di Wright (figli anche di queste storie), e si concentra sul suo spessore da personaggio romanzesco, lo riconosce come veritiero e se ne innamora, figlio com’è della scrittura di Scott Fitzgerald: arrogante, tragico, enorme, perché pieno di debolezze.

[uscito su IL MATTINO, dicembre 2011]

 

 

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