Quando c’era Giancarlo Fusco

Era quello al termine della notte che metteva il cappello sull’alba. Non ha mai lasciato finire una nottata senza le sue parole, Giancarlo Fusco. Tirava tardi, beveva e soprattutto raccontava. Sempre al centro dell’attenzione, teneva banco, inchiodava tutti ed era indimenticabile. Un vero talento. Affabulatore, trascinatore, istrione. Fuochi d’artificio, ironia, lunghissima serie di aneddoti, storie, storie, storie: uno spettacolo itinerante. Era nato per raccontare, e per darsi in pasto. Il resto: la vita, il corpo, i sentimenti, il lavoro, il denaro, erano solo particolari, accessori, talvolta intralci. Il romanzo era lui che parlava. Un romanzo scritto sulla sabbia, perso e ritrovato, cancellato e riscritto mille volte. Ogni volta una storia diversa. Sì, sì, anche la stessa, poteva rivoltarla come gli pareva. Tagliare e allungare, cambiare e inventare. Finale aperto. Genio in azione, complici la notte e l’alcol. Irregolare, unico, «un dispari» come disse Gianni Brera. Un fortunato giocatore al tavolo della scrittura, che sapeva sempre pescare la carta giusta, ma anche uno che si metteva nei guai con nonchalance, tanto una via di fuga la trovava o la inventava.

Ha vissuto intensamente e lo ha raccontato, quello che non è riuscito a fare l’ha scritto. Una bandiera sul confine fra realtà e fantasia. Fusco era quella storia. Col tempo, sono cambiati gli sfondi, i volti, i luoghi, i giornali, lui invece è rimasto lo stesso: intenso, fino alla fine. Estremo e coerente nello sciupare un portentoso talento di narratore, ma non solo, è stato anche altro, troppo, tutto. E sempre liberamente. Pugile, ballerino, soldato, clochard, giornalista, scrittore, sceneggiatore, attore. Generoso, convinto, testardo fino alla distruzione. Disordinato, irregolare, e mai sobrio nella vita; preciso, raffinato fuoriclasse nella scrittura. Una esistenza sottosopra, la sua, un parapiglia in bilico su un burrone, in fuga o senza soldi, sempre col sorriso sulle labbra, of course. Un clown, in superficie, sotto il naso rosso, però, uno scrittore unico. Lottava con la pagina troppo stretta per le sue invenzioni, se la giocava con le parole scritte destreggiandosi fra le righe imposte dai giornali, sudava per dare il meglio sul foglio bianco, col terrore di non stupire, d’apparire un mediocre, ma era spigliato e straripante nell’oralità, nell’invenzione, il re dell’istante, del guizzo improvviso, della battuta, del ritratto in tre parole, del soprannome da affibbiare, momentaneo elargitore barocco d’allegra compagnia e di magnifiche rappresentazioni, come racconta Manlio Cancogni protagonista del nostro giornalismo, ma soprattutto l’amico che convinse Giancarlo Fusco a scrivere: «quando parlava, era grande come Tolstoj scrittore: se fosse nato in Francia, un paese che avrebbe amato la sua geniale sregolatezza, sarebbe diventato uno chansonnier di talento universale. Chi non lo ha ascoltato narrare della guerra in Albania o della mala di Marsiglia, nelle notti senza fine della Versilia del dopoguerra, non può capire chi sia stato veramente Fusco: il più incantevole degli spettacoli è andato per sempre perduto, tranne che per noi, suoi amici spettatori di un tempo, soggiogati per sempre». Ma non ha solo affascinato gli amici, Fusco, ha scritto tanto, donando al giornalismo un modo diverso di raccontare, qualcosa a metà fra Hemingway e Tommaso Besozzi, ritagliandosi anche un ruolo non marginale nella nostra letteratura, spaziando dal memorialismo affabulatore de “Le rose del ventennio”, al feuilleton nero di “Duri a Marsiglia”: «un po’ Gabin e un po’ teatro d’abord, tanto cinema in sequenza e grani di Prévert sparsi qua e là, o accatastati come il crescione a fianco della bistecca parigina », ha scritto Giovanni Arpino. Personaggio anomalo. Un magnifico bugiardo. Un fingitore. Smontava e rimontava verità. Cresciuto nel culto del racconto. Aveva una famiglia eccezionale che gli aveva acceso la fantasia: trisnonna spagnola, gitana e maga morta a 102 anni, un bisnonno Enrico Queto, ebreo e massone, perseguitato dal clero spagnolo e rifugiato in America, un nonno socio del costruttore Eiffel, e amministratore di un circo. La madre Frida Adele Queto, bella e intelligente, che dopo un breve periodo in politica, si dedicò all’artigianato: costruiva giocattoli di legno. Il padre, Carlo Vittorio Fusco, due lauree, figlio di un ispettore scolastico di Ponte Landolfo, era ufficiale di marina, liberale, amico di Gobetti, aiutante del principe Aimone di Savoia, che sarebbe dovuto diventare re di Croazia, e con lui, il padre di Fusco ministro della giustizia, ma le cose andarono diversamente come raccontò Giancarlo in “Tomislavo senza regno”. Persino quando narrava la verità sembrava essersela inventata, per non dire di quando mescolava ruoli e tempi in famiglia, o riscriveva la biografia alle sue donne. A 17 anni bordeggiava anarchici e antifascisti. Irrequieto – figurasi se uno

come lui poteva reggere il fascismo – prima di rifugiarsi in Francia negli anni trenta, pagando il viaggio con la vendita di preziosi francobolli del nonno, tirò di boxe, gli andò male, perse molti denti, non la passione per i pugni, e per quelli più bravi di lui a stare in piedi sul ring: Loi, Spoldi, Benvenuti, Musina e Giancarlo Garbelli, tutti suoi amici. Nel 1941 era telegrafista della “Julia” sul fronte greco albanese, da questa esperienza nasceranno tantissimi racconti, sarcastici e malinconici, fino a farne uno dei maggiori sbeffeggiatori di Mussolini e dei suoi impossibili sogni bellici. Dopo la guerra, divenne la star del Kursaal a Viareggio, la gente ci andava per vederlo ballare e sentirlo parlare fino alla mattina. Due anni dopo, la stessa folla che lo adorava lo dava per finito, troppa simpamina, troppo alcol, troppe parole. Dormiva sotto le barche, si lavava poco, era vestito come un mendicante ma mandava dei pezzi meravigliosi alla “Gazzetta di Livorno”. Cancogni, lo lesse e gli chiese di scriverne alcuni insieme, il migliore lo mandò al “Mondo”, che lo pubblicò in gran rilievo. Fusco si trasferì a Milano e rinacque. Usciva da un brutto periodo, era stato espulso dal partito comunista, forse per le cattive compagnie notturne, o per una bici rubata e regalata a un bisognoso. Eppure i suoi comizi – apprezzati anche da Togliatti – erano singolarissimi, interagiva con “il popolo”. In una piazza, un compagno gli grida: «si vede che sei figlio di signori», e lui ribatte: «forse lo sei anche tu solo che mamma non te l’ha detto». Ecco Fusco, ma di storie del genere che passano dalla politica e arrivano al suo leggendario vizio di bere ce ne sono moltissime. Pare che in un night avesse gettato la sua dentiera nello champagne di Francis Turatello per sfida, e il boss, apprezzandone il coraggio e conoscendone la fama, lo avesse abbracciato. C’è quella di una lite con un tassista conclusa con Fusco che gli dà tutto quello che ha dietro per il figlio malato, o quella della ditta Nardini che inviando tutte le settimane un carico di grappa a casa sua, lo indirizzava al Bar Fusco, oppure quando nel disperato tentativo di riconquistare il suo grande amore: Erina Collini, si fece speaker della stazione di Milano. E si può continuare a lungo, dalle duecento paste portate in dono alla figlia di Enzo Biagi, suo caro amico e compagno nella scrittura della commedia “E vissero felici e contenti”, al numero del nobile e del buffone eseguito per strada con l’attore Romolo Valli. Questa sua predisposizione alla recita lo porta ad esordire  sul grande schermo, grazie a Carmelo Bene. Seguiranno piccole parti in film di Monicelli e Gassman, e molte sceneggiature, alcune diventano lungometraggi, altre si perdono. Collabora alla scrittura del primo cinema di Tinto Brass, e fa anche comparsate nelle pellicole di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia. Era molto grasso, verso la fine, il corpo, che aveva vissuto per tre, stava per cedere. Scrisse per “Il mondo”, “L’Europeo”, “L’Espresso” e per “Il giorno”, tenendo una seguitissima rubrica: “La colonna”, dove incontrò, frequentò e stupì il direttore Gaetano Baldacci. Poi scivolò verso riviste meno note. Uscì di scena nell’ottantaquattro, emarginato dal mondo della stampa. Nei suoi anni è apparso a tutti come anticonformista, cane sciolto, ingovernabile talento, maudit. Oggi il suo schivare ambizioni, intrighi, maneggi, potere, per divertirsi, appare come un esempio: un Bukowski italiano, allegro e disinteressato, che colpiva in continuazione, narratore autentico, di quelli che non s’incontrano più, né alle feste né sulle pagine dei giornali.

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3 thoughts on “Quando c’era Giancarlo Fusco

  1. Salvatore Lo Leggio ha detto:

    Ritratto intenso come il suo soggetto: la ringrazio come ammiratore del grande Fusco. Una -marginale – correzione: il direttore del “Giorno” di cui si parla nel suo articolo non si chiamava Luigi, ma Gaetano, anche lui figura importante del giornalismo italiano colpita da una sorta di “damnatio memoriae”.

  2. […] quello che enzo biagi e giorgio bocca non hanno mai fatto, e se deve scegliere un modello, dice Gian Carlo Fusco (che voi manco sapete chi […]

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