Memoria del fuoco

1428933394_654775_1428935191_noticia_normalLe parole gli camminavano dentro, per questo sognava sempre di stare dove non era. Eduardo Galeano, scrittore uruguayano, ha rappresentato l’America Latina facendola breve. È morto in ospedale a Montevideo, aveva 74 anni e un cancro ai polmoni. La sua forza stava tutta nella chiarezza espositiva, nel giro tondo di frasi scolpite, non era mai ambiguo, cercando di dire tutto con meno parole possibili. Ha aperto le vene dell’America Latina al mondo, sezionandola, l’ha frammentata e rimontata, scomposta e rimessa in ordine, ha mostrato l’anima sommersa, spiegato nascita e crescita, colonizzazione e rivolte, disastri e sogni, storia e paesi, possibilità e vendette; senza mai voltarsi, senza mai esibire compiacimento, senza mai cambiare. È stato uno scrittore fortemente politico, un punto di riferimento per tutta la sinistra del continente sudamericano, dai popoli ai leader dei paesi, capace di immaginare un mondo costruito dai muratori in assenza di Dio. Non a caso Chávez regalò “Le vene aperte dell’America Latina” a Barack Obama, e Galeano non perse occasione per mostrare la sua ironia sottile: «Gli ha regalato un libro in una lingua che non conosce». Ha sempre scritto per recuperare, non solo quello che era stato dimenticato ma soprattutto quello che non era passato se non in forma orale e se non in disparte. È stato un grande scrittore del silenzio, dove gli altri omettevano c’era lui, dove gli altri dimenticavano – di proposito o meno – arrivava lui, non se ne può parlare come solo di uno scrittore uruguayano ma se ne deve parlare come di uno scrittore dell’intera America del Sud, non perché il suo paese gli sia stato stretto – anche se è dovuto andare in esilio – ma perché ha sempre ragionato in termini ampi, estirpando le storie dall’intera e composita natura del continente sudamericano, la sua scrittura abbracciava senza confini, avanzava passando sui muri e le guerre. Ne ha fatto una Nazione unica, immaginando e viaggiando in un tempo avanzato, pure quando recuperava il passato lo faceva in funzione del futuro. Inseguiva la perfezione del rigo, e in molte storie l’ha trovata. Racconti brevissimi che inchiodavano mondi, anni, popoli. Aveva cominciato a 14 anni, facendo caricature sul settimanale “El Sol”, ed ha sempre considerato il lato della gomma per cancellare, sulle matite con le quali scriveva, la parte più importante. In seguito ha fatto molti lavori dall’operaio al pittore di insegne, senza mai perdere di vista il racconto, poi divenne direttore della rivista “Marcha”, e in seguito del magazine “Epoca”, il resto della sua biografia l’hanno scritta i colpi di stato in Uruguay e Argentina (dove si era rifugiato), portandolo in Spagna. Aveva una faccia da attore, poteva essere un senatore romano anche per l’eloquenza che mostrava quando interveniva, era aristocratico nei modi senza mai perdere la coscienza del popolo, severo senza abbandonare la leggerezza, e non ha mai perso di vista le ingiustizie del mondo: dalla Palestina alla Cina. Il suo maestro è stato Juan Carlos Onetti – «uno che non dava consigli» – ma i suoi libri l’hanno segnato. Possiamo dire che la sua opera si è mossa su quattro linee principali: la prima è quella della denuncia e della ricerca della verità con “Le vene aperte dell’America Latina” (1971), il grande racconto dello sfruttamento economico, è uno dei pochi saggi capace di estromettere la noia; la seconda è quella della storia con “Memoria del fuoco” (1982) un romanzo in tre parti da Cristoforo Colombo a John Lennon; la terza è quella del calcio – «la religione degli atei» – Galeano divide con Osvaldo Soriano la capacità di raccontare il gesto calcistico senza banalizzarlo: “Splendori e miserie del gioco del calcio” (1997), dove tra i tanti gol e i ritratti non si può non citare l’incipit di quello a Maradona: «Giocò, vinse, pisciò, fu sconfitto»; la quarta e ultima linea è quella degli incontri, “Il libro degli abbracci” (2005), che riassume tutte le altre, come la ricerca di una vita, e si sublima nella brevità, compiendo il giro tondo e perfetto che dalle frasi all’esistenza Galeano ha inseguito: «Ogni persona brilla di luce propria in mezzo a tutte le altre. Non esistono due fuochi uguali. Ci sono fuochi grandi e fuochi piccoli e fuochi di tutti i colori. C’è gente di fuoco sereno, che non si cura del vento, e gente di fuoco pazzo, che riempie l’aria di faville. Certi fuochi, fuochi sciocchi, non fanno lume né bruciano. Ma altri ardono la vita con tanta passione che non si può guardarli senza strizzare gli occhi; e chi si avvicina va in fiamme». Galeano è stato un grande incendio che in tanti hanno provato a spegnere senza riuscirci. Uno stregone capace di risvegliare i vivi e i morti, e di dare biografia ai “Nessuno” «che costano meno della pallottola che li uccide». Era nato e cresciuto sotto la Croce del Sud, e no, non aveva Dio, ma il desiderio di un bambino: «non morire mai, per continuare a giocare sempre».

Foto di Bernardo Pérez

[uscito su IL MATTINO]

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5 thoughts on “Memoria del fuoco

  1. […] anche se l’Uruguay del mio amico Galeano (chiuso in casa per mondiali) ha raggiunto un risultato insperato. Le squadre sudamericane si sono […]

  2. […] ero andato comunque al cimitero nonostante tutti mi sconsigliassero, ma avevo letto un racconto Eduardo Galeano dove diceva che la tomba di Soriano era un posto magico, potevo correre il rischio. […]

  3. […] ero andato comunque al cimitero nonostante tutti mi sconsigliassero, ma avevo letto un racconto Eduardo Galeano dove diceva che la tomba di Soriano era un posto magico, potevo correre il rischio. […]

  4. […] un calciatore, lo divenne sulla carta nelle storie che ha raccontato, sui campi gli andò male. Eduardo Galeano nelle pagine sta a Osvaldo Soriano come Pelé sta a Maradona, se la giocano in funzione del tifoso […]

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