Gabbiadini, lo zen, e l’arte della manutenzione del gol

Il molteplice Gabbiadini è sempre lo scarto inatteso: fuori e dentro l’area di rigore. Prima la spinge di forza in porta, scivolando e colpendo con la suola – un gol alla Ibrahimovich – fiondandosi sul cross di Allan e agganciandola in spaccata; poi con un tiro da lontano, mentre il pallone ancora gli rimbalza davanti, la mette di nuovo alle spalle di Andersen, trasformando l’intera difesa del Midtjylland in un falò bruciato dalla sua vanità tecnica, il “solito” gol da fuori area, che, sponda sul palo, si deposita in rete. È così Manolo Gabbiani, uno che parla poco – anche se il suo procuratore prova a rimediare – ma ogni volta che è chiamato a giocare fa il suo dovere, sfodera i suoi colpi e si iscrive all’eredità di Zlatan. Anche se non ha nessun ghetto da lasciare e non è passato per l’Ajax. Chiamato a sostituire quello che non è sostituibile, Gonzalo Higuain, non sfigura, anzi, mostra tutte le sue doti di attaccante volubile, e il suo rigore inesorabile che lo porta oltre le incertezze, oltre le emozioni, in quella zona pragmatica che è la dimensione dei veri attaccanti. E, poi, Sarri gli regala la contemporaneità con Higuain, quasi fosse un allenamento e non una partita di Europa League, per vedere lo strano effetto che fa un gol allo scadere del tempo. Prima di lui, lo sciamano Callejon aveva girato in porta un cross di Koulibaly, aprendo il risultato e ristabilendo priorità dopo che i danesi avevano spaventato il Napoli. Gabbiadini è abilissimo non solo nel tiro e nel dribbling ma ad evitare le trappole della nostalgia che la panchina costruisce nelle teste dei calciatori. La sua è una continua metamorfosi, varcando la linea del campo. Sembra che impieghi il tempo passato fuori a elaborare la giusta reazione per quando giocherà, così, pare a tutti, che non sia mai uscito, che non sia mai stato messo in panca. E si inserisce nell’orizzonte degli schemi sarriani con leggerezza, la stessa con la quale segna, facendo cose difficili in semplicità: seguendo proprio uno dei comandamenti del calcio di Cruijff – non si può non citarlo per augurargli di guarire – che dice: «giocare al calcio è molto semplice, ma giocare un calcio semplice è una delle cose più difficili dello sport». Gabbiadini applica un cinismo di tiro a una generosità di pensiero, senza mai perdere il quadro di riferimento, lo spazio di posizione, l’area da violare. Capitalizzando ogni passaggio, ogni cross, ogni occasione. Abile a farsi coinvolgere e trovare, a mettersi al centro delle traiettorie offensive del Napoli, che ad ogni partita cresce, ad ogni partita conferma quello che tutti aspettavano da tempo: una squadra capace di produrre stupore, anche in Danimarca sotto la pioggia e su un campo pesante. Divenendo un artificio che produce azioni a ripetizione, a nastro, per i finalizzatori come Gabbiadini, che ci sguazzano, in mezzo. Non è uno spirito inquieto, tutt’altro, sembra avere un controllo zen in ogni situazione, al punto di apparire come il secchione della squadra, quello che aspetta sempre prima di lasciarsi andare. Non è plateale nell’esultanza, sarebbe da studiare per Michele Serra e per il protagonista del suo ultimo romanzo, eppure il ghiacciaio Gabbiadini si sta sciogliendo, sta subendo un mutamento antropologico che va di pari passo con la sua maturazione calcistica. Gioca poco? Sì, ma ogni volta si rimane ammirati per le sue giocate, quasi avesse le istruzioni per inserirsi in ogni tipo di partita. Lo sa bene Andersen il portiere del Midtjylland insalsicciato due volte senza nessuna possibilità di reazione. Gabbiadini acrobazie o no, tiro da lontano o no, sforzo di sottomissione rispetto al marcatore o no, non è mai un avventurista ma sempre uno che fa’ la cosa giusta: non è un rivoluzionario e nemmeno un ribelle, è l’anomalia dentro e fuori l’area di rigore, l’uomo dell’inaspettato, quello capace di bruciare tempo e difensore, l’attimo fuggente colpito sempre nel modo giusto.

[uscito su IL MATTINO, e contrariamente al solito ne ho conservato il titolo, che si deve ad Antonio Sacco]

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One thought on “Gabbiadini, lo zen, e l’arte della manutenzione del gol

  1. Alfredo Gambarota ha detto:

    Gran giocatore.Dovrebbe essere titolare fisso nell’ Italia ,Conte permettendo,data la penuria di attaccanti e le pazzie di Balotelli

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