Philip Roth: Philosophy, or Something Like That

Famiglia, Newark ed ebrei, non un repertorio vasto, eppure è bastato per sconvolgere il conformismo culturale e l’immobilismo politico dell’America. Ora che il corpo di Philip Roth si libera delle incombenze, e quello di carta di Nathan Zuckerman, il suo più famoso alter ego, smette di avere un seguito, rimane lo spazio libero che si è scavato: nella testa dei lettori, negli Usa e nel mondo. Ha avuto bisogno di un padre di una madre e di una patria per tradirli e farsi fraintendere, mentre li liberava, liberando anche noi. E dopo averlo fatto: ha smesso di scrivere. Anche se non è sparito come l’amato Salinger, no, ha continuato a parlare, giudicare, raccontarsi, ma senza più farsi stringere dalle pagine. In ogni sua intervista c’era sempre qualcosa non di enorme, ma di circoscritto, che, però, spostava il tiro e aiutava a guardare meglio le cose. È questo che ha fatto Roth: ci ha aiutato a guardare meglio le cose. Non è un caso che abbia visto Primo Levi come un grande scrittore e non come un testimone, anteponendo la sua scrittura alla vita e al dramma, lo voleva in America per un ciclo di incontri, dopo averlo conosciuto a Torino, ma Levi – tre giorni prima di morire – gli mandò un telegramma: «Non c’è più tempo», era un uomo che si era fermato già. Come si è fermato Roth, senza uccidersi, spegnendo il pc. Senza smettere di scandalizzare, nel ritorno al puritanesimo dell’America, era considerato troppo bianco e maschilista nonché misogino libero e crudo in aggiunta allo scandalo che portavano molte sue scene sessuali:  «Ci si può scandalizzare per i miei libri? Un libro fa scandalo solo se è scritto male», però poi sorrideva sornione per le accuse:  «Mi soddisfa l’idea di poter ancora scandalizzare, pensavo di aver perso la magia, in questo campo», quasi come un giocatore di baseball che si accorge di poter ancora battere un fuoricampo. Mentre una parte della critica lo percepiva come un vecchio sporcaccione identificandolo con quello che raccontava. «Mi sarebbe piaciuto essere un grande donnaiolo, ma sono fantasie. In Connecticut, dove vivo gran parte del tempo, ci sono cervi, orsi, tacchini selvatici, ma niente donne». Mentiva, si scherniva, per mettersi in salvo da un giornalismo più interessato ai retroscena che alle scene. «Ho bisogno di una realtà, mi basta strofinare due pezzi di realtà insieme per dare vita ad un fuoco di realtà». Possiamo dividere la sua opera in due: da una parte il Roth giovane e ribelle che deve radere al suolo quello che ha sopra, che fa sulla pagina una rivoluzione: dal “Lamento di Portnoy”, “Goodbye,  Columbus”, fino alla trilogia di Zuckerman, giocando con i canoni kafkiani, con comicità, è il figlio eversivo che irride le autorità: genitori, società, religione ebraica. Poi c’è il cuscinetto di “Patrimonio” dove scrive della volgarità della morte, del suo spogliarci, e fa i conti con una autorità che sparisce: il padre. Il passo successivo è la sostituzione, dove si congeda dalla giovinezza senza mai divenire autorità: “Pastorale americana” e “Il teatro di Sabbath”, diventa padre non padrone, e continua a risultare ostile, non si conforma. “Noi lasciamo una macchia, lasciamo una traccia, lasciamo la nostra impronta. Impurità, crudeltà. Abuso, errore, escremento, seme: non c’è altro mezzo per essere qui. Nulla a che fare con la disobbedienza. Nulla a che fare con la grazia, la salvezza o la redenzione”. Dalla masturbazione ai problemi di prostata, ci ha fatto fraternizzare con i nostri desideri e con la loro decadenza. Raccontare la caduta, è lo scandalo, attraverso la finzione, dove sta rooseveltianamente con i perdenti, tanto che i suoi giudizi sui Bush prima, e Trump poi, hanno una continuità tra tempo scritto e tempo vissuto, dove la speranza è democratica, sia per il Philip Roth di “The Plot Against America” che vede Charles Lindbergh, aviatore di stampo antisemita, diventare presidente degli Usa, sia per il Roth scrittore che appoggia senza remore Barack Obama. Vivere nell’errore, attraversare la paura, fino a specializzarsi, e scendendo nella specificità provare a raccontarla non preoccupandosi della morale, questo il suo manifesto politico.

[uscito su IL MATTINO]

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