Temptation (da Antwerpen a Rotterdam)

002L’acqua ha una natura teatrale con scene di vita prima di avere una natura commerciale, sulla Temptation – una chiatta portacontainer – le due nature si incontrano, diventando una sola, con l’aggiunta di un cane. In un andirivieni da trasporto metropolitano, la chiatta si muove tra Antwerpen e Rotterdam, Belgio e Olanda, con molte fermate nei terminal intermedi, nel labirinto di canali che collegano le due città e i due stati. Sulla nave sono in tre a gestire le operazioni, più due donne, due bimbi, e il cane Pucca che è un membro dell’equipaggio. Hanno sovvertito le regole del mare, vinto la solitudine, portando le famiglie a bordo, la casa sul lavoro, o il lavoro a casa (che poi è mobile), gli affetti al ponte sotto quello di comando, e fuori ci sono le auto come se ci fossero parcheggio e giardino di casa. Quasi dimentichi l’acqua. Si svolge tutto su linee parallele, la chiatta ha un solo senso di marcia, le navi nel canale sono rotte sovrapposte, tutti hanno la stessa velocità, lo stesso destino, lo stesso compito: portare merce dai terminal di un porto ai terminal dell’altro porto, un andirivieni eterno, come quello che auspicava Florentino Ariza alla fine de “L’amore ai tempi del colera”. E quando una pala gira a poppa e davanti fuma una ciminiera, in mezzo, tu, sai di essere l’equilibro, la certezza tra quelle due azioni, sembra un giocattolo e invece si gioca l’economia dell’Olanda e quella del Belgio, con i loro porti contrapposti. Antwerpen carica 35 container in una ora. Rotterdam ne carica dieci di meno, ma ha una modernità maggiore, sistemi migliori, e per questo si adagia, per capire dovete pensare a una squadra di calcio che dopo il due a zero smette di giocare e si limita a controllare la partita. Anche se dal 2004 ha perso il primato di porto più trafficato del mondo, in favore di Shanghai e Singapore. La “Contargo Transport” gli commissiona i trasporti e loro vanno, prendono, posano container tra Rotterdam e Antwerpen, avanti e indietro. Dodici ore di navigazione, in media, li separano, tra chiuse e canali, poi dipende dal carico e dalle fermate ma il percorso è questo. È solo la merce a regolare il lavoro, una catena di montaggio sull’acqua, apparentemente, poi, invece, dentro, capisci che è diverso, la chiatta è una casa cargo, loro sono marinai a metà perché hanno le mogli a bordo e il salotto dieci scalini sotto, sono operai a metà, e padroncini a metà, alla fine sono un 001mestiere e mezzo, nemmeno tanto brutto. Popko Lamen e Robert Teekman entrambi hanno 40 anni ma il primo è di Utrecht (e a me ricorda Jean-Marc Bosman, il calciatore belga che ha rivoluzionato la regolamentazione dei trasferimenti in Europa) mentre il secondo (un Jean Genet con occhialini, cappellino e orecchino) è di Dordrecht, sono i due padroncini ed hanno un terzo socio a terra. La loro è una conquista frutto di una scommessa: hanno venduto le loro due piccole imbarcazioni e hanno preso questa grande, la “Temptation”, capace di portare 400 container, costruzione cinolandese, sei anni di navigazione, con una grande gru e il ponte che sale e scende come un ascensore adeguandosi allo spazio che serve per i container. Oliver Onie detto Oli (37 anni) è il tuttofare, la vera anima della chiatta, ha una donna in Germania che raggiunge in auto e quando torna sulla terra ferma il suo scopo «è costruire la mia casa di continuo, come tutti i rumeni», dice ridendo. Sembra felice di fare tutto dai container alla cucina, se non ci solo le due mogli orientali, conosciute via chat, nei tempi morti sulle vecchie chiatte. Quella di Popko è Diansari Wahyuni Lamein (36 anni, thailandese), hanno due bimbi Verena (9 anni) e Marco (6 anni), la preoccupazione maggiore è che non vogliono imparare la lingua del suo paese, un po’ per pigrizia un po’ perché ci vanno di rado e gli sembra uno sforzo per poco. E poi c’è Naressa (indonesiana), la moglie di Robert che non ho incontrato ma di cui tutti dicono un gran bene. Robert, tra i due è l’introverso, racconta poco, si limita alla navigazione, ed è anche quello meno ottimista, ha preso male la crisi, ha preso male la scommessa di ingrandirsi e ha preso male anche i sacrifici in più da fare. Tra lui e Popko c’è questa differenza enorme, con la crisi escono allo scoperto, devono lavorare tanto per tenere dentro la nave solo che uno sgobba con allegria e l’altro con la parte buia, perché fa tutto schifo: il lavoro, la società, l’economia. Entrambi però vogliono andarsene in 003Asia, Indonesia e Thailandia i paesi, li vedono come la soluzione, sarà che lì hanno trovato l’amore, la famiglia, e anche la stabilità e allora si sono convinti che ci sia anche il resto. Navigano in acque che conoscono da quando erano ragazzini e si immaginano dall’altra parte del mondo, ogni notte è un doppio sogno, sia a letto che sul ponte di comando. Per loro l’oceano è troppo grande e lungo da attraversare, troppi giorni di mare, sono marinai di canale, trasportatori sull’acqua, bordeggiatori di terminal e rive, non hanno il fiato lungo delle traversate. Non si confrontano col mare, è come giocare al subbuteo. Siamo partiti da Antwerpen, il terminal è Wilmarsdonk, è un viaggio lento, da bus, pieno di fermate, anche se il carico e scarico è velocissimo, vedi passare sulla testa i container, non fai in tempo ad abituarti al nuovo terminal che già riparti. Tutto si svolge in silenzio con la cura dei dettagli, il canale fatto di acqua calma che non si smuove mai, le altre navi che scorrono, ogni tanto il quadro è rotto da un corvo, alle pareti i disegni dei bimbi. Sembra davvero autostrada, devi aspettare di passare nei corridoi delle chiuse, come ai caselli, e quando prendi il largo puoi giocare all’oceano, ma tanto dura poco. Il sole è sempre leggero e lontano, la luce opaca che illumina la nave fiocamente, svanisce come in un Van Dyck. «La prima notte dormi male, poi ti abitui», dice Robert, lui è così. Invece la navigazione è una passerella tra pale eoliche, prati verdi tra le chiuse, solo a un olandese o a un dentista tedesco verrebbe l’idea di metterci del prato verde, tipo aiuole, in mezzo all’acqua. A un certo punto la nebbia avvolge tutto e puoi persino pensare che sei al largo in mezzo all’oceano, senza la crisi, verso la Thailandia. Ogni tanto si vedono sulle due sponde case e fabbriche, nella notte è apparso il petrolchimico di Antwerpen: un mostro di luci, davvero come il Rex in “Amarcord”, solo fermo, un castello fumante e luminoso, non mi meraviglierei se la gente passasse il tempo ad aspettare che il buio accenda tutte quelle luci. Il canale è diventato una autostrada fangosa. È come essere in carcere, in una gabbia felice, hai tutto ma sei comunque in gabbia, hai la moglie di sotto, i bimbi di lato ma devi lavorare. E, complice la notte, Popko mi 004confessa che va bene così, lui è cresciuto in una specie di collegio proprio perché sua madre e suo padre facevano questa vita qua, e non c’erano gli spazi per tenere i figli sulle chiatte, si lavorava molto di più maturando un debito di affetto. A Nieuwegein c’è questo posto – Prins Hendrik Internaat – che ancora oggi fa da scuola e da dormitorio, per chi non può tenere i figli con sé, ci vorrebbe una musica Morricone in sottofondo, invece c’è la dance olandese, Popko sostiene che la musica senza parole lo tiene concentrato sulla navigazione, potrei obiettare che anche quella classica non ne ha ma non voglio contraddirlo. Ho accettato la cucina Thai, posso anche tenermi Mozart in tasca. Il resto dei racconti sono tutti per Pucca, il cane akita – una razza giapponese – uno spirito guida, che sembra fatto per stare sulla nave, lo segue ovunque, è latte divenuto pelo su disegno di Hayao Miyazaki, non è mai di intralcio nelle operazioni, quando Popko scende nei terminal, lo segue come un Sancho Panza, due passi dietro e poi paziente aspetta, è capace di bordeggiare i due estremi della chiatta dove c’è poco spazio, ai lati del cumulo di container, per raggiungere Oli, quasi dovesse controllarlo o dargli la conferma di un ordine che ha già ricevuto con la radiotrasmittente. Vado a dormire, pensando che la Temptation non è una chiatta ma un cast per un film hollywoodiano, non manca nulla, tutto è al posto giusto, il cane perfetto, le coppie a incastro, c’è il sogno e ci sono le due possibilità che si scontrano. Si procede per contrasto, in perfetta sintonia. Fuori tutto è in ordine come barattoli al supermercato, gioielli in vetrina, e ha persino smesso di piovere, andiamo su e giù sull’acqua, passiamo chiuse, viriamo di poco per imboccare il giusto canale e siam quasi in Olanda. Quando mi sveglio dal mio oblò, sembra di avere di fronte una quadro di Jacob van Ruisdael, Veduta di Haarlem con i campi per il candeggio, c’è questa geometria della terra che contrasta con le nuvole arruffate in cielo, però senti la calma, forse per l’assenza di dune, montagne, non ci sono che case basse e natura in ordine, e la chiatta è quasi ferma così da dilatare ancora di più l’immagine che ho davanti e il tempo che la contiene. E quando salgo sul ponte, dopo due uova al bacon, nutella e caffè americano, Popko sembra felice, perché ho fatto appena in tempo, fra poco mi mostrerà la sua casa dei sogni – almeno quelli made in Netherlands, poi, ovvio, ci sono quelli orientali – è la casa sul canale, che Popko mi mostra orgoglioso: una abitazione da New 010England (almeno mi viene da pensare questo), bianca il tetto a spiovente, il portico davanti e il giardino dietro, è una villetta bianca stile quadro di Hopper, ci solo le tende alle finestre, i vasi con i fiori e nessun segno di umidità, il risultato è un po’ favola un po’ horror, ha un bel giardino, l’altalena e di sicuro da tutte le stanze puoi contare le navi che passano, «è quello il punto», conferma Popko. Nel canale, ora, c’è una iperattività che sembra di stare in quei videoclip accelerati o quando in un film per far passare il tempo tengono una scena fissa in primo piano e dietro passano veloci il resto delle cose, c’è caos ma con equilibrio, un ossimoro continuo ma credo che sia l’Olanda ad esserlo. Hanno usato l’acqua mentre noi ne abbiam fatto un ostacolo, qui l’acqua apre possibilità, da noi è un problema. La chiatta è come se fosse un camion ma ha con sé la possibilità di portarti la famiglia, non hai ansie di solitudine, pensieri, né problemi col sesso o col cibo, è un lavoro confortevole compatibile con i desideri, e in più sei sull’acqua che porta dietro sempre l’effetto gita. Il poco spazio che rimane ai lati dei container sulla nave è la possibilità di movimento. Minima, ma c’è. E non è poco. Rotterdam ha trasformato parte del suo enorme porto in un luogo di turismo, ci sono un mucchio di ShipWatcher, che fanno in acqua quello che i giapponesi fanno a terra ai monumenti, c’è una nave che gira tra molti dei terminal avallando quello che potremmo chiamare turismo dei container non c’è altro sulle banchine (anche se il governo olandese ha messo in pratica un progetto di arte pubblica, quindi ogni terminal o quasi ha la sua opera – per Popko «soldi sprecati», e un ampio progetto di riqualificazione di spazi, che non sono affatto facili da raggiungere), eppure la nave è sempre piena. Questa è «la porta dell’Europa», come mi ripetono tutti, e le provano tutte per non essere solo un porto enorme, con moli e terminal, banchine e container. E in centro c’è il Maritiem Museum, dove, oltre l’evoluzione marittima del paese, ho visto anche una mostra: “Sex and Sea” di Peter Greenaway e Saskia Boddeke, con interviste, filmati e immagini che raccontano saudade, desideri ed esperienze dei marinai passati. Ma prima ero saltato sul ferry boat per Hoek van Holland grazie a Popko, per riuscire a prendere il treno della sera che mi avrebbe portato a Rotterdam. E, mentre saltavo dalla sua chiatta alla piccola imbarcazione, per un attimo, sono rimasto sospeso, e dopo, tra il sorriso di una donna che aveva raccolto il mio zaino, e la “Temptation” che si allontanava, ho pensato che la storia olandese è tutta nello stare in equilibrio sull’acqua, per questo a nessuno era apparsa strana la mia modalità di arrivo.

Foto Maria Vittoria Trovato 

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