Biscardi ha vinto

Ci sono uomini e soprattutto donne che in tv durano una stagione, altri che invece diventano un genere. Aldo Biscardi compie ottant’anni e può guardare non tanto alle sue spalle, quanto davanti, sugli schermi, dicendo: «è successo l’impensabile». Il suo Processo – prendeva il nome da un giudizio di Gianni Rodari sul linguaggio del giornalista: «parla di calcio come a un processo» – che replicava la discussione da bar, con le voci sovrapposte, i dialetti che si mescolano e i vaffa facili, ora si è fatto canone e lingua universale della tv italiana. Son tutti figli (linguistici) suoi. Il «non parlate tutti insieme, al massimo due o tre per volta» è diventato normalità, anzi verbo: da Porta a Porta a Ballarò, passando per Annozero, Ottoemezzo, e tutto quello che prova a far parlare la politica ma anche no del nostro paese, diventa quella cosa lì, quella che ha reso famoso Aldo Biscardi. Il caos linguistico. Ne è passato del tempo dalle provocazioni alla radio di Cesare Zavattini, che dice «cazzo», ma la sua era una voce sola e pacata, un poeta che provava a smuovere il linguaggio ingessato di una società imbalsamata. Ma è con Biscardi che piazza (calcistica e non) e bar approdano in tv, replicando le contrapposizioni pallonare, e nemmeno Foucault avrebbe potuto immaginare che quelle discussioni sarebbero diventate dibattiti politici. Ci sono strane connessioni tra la vita di Biscardi e la politica, si laurea con Giovanni Leone, intervista Kruscev  per “Paese Sera”, papa Wojtyla per un libro: prefazione di Giovanni Spadolini, il tutto sotto l’ala di Zavoli. Viene da chiedersi: era tutto in nuce? O è il calcio, e la sua lingua peggiore e il suo sacerdote (delle polemiche), ad essersi impossessato della tv? Quanto il «vajassa» della Carfagna alla Mussolini, il «vaffaunbicchiere» di Santoro a Masi, il «vada a farsi fottere» di D’Alema a Sallusti, appartengono a Biscardi e al suo processo e quanto alla politica?  È strano come una trasmissione pseudo sportiva, e «non giornalistica» come ha di recente ribadito la Cassazione, sia stata influente. Il motivo è da pescare in un verso di Toti Scialoja che racconta il carattere degli italiani, e di conseguenza le azioni, il linguaggio che sta dietro e la passione che le muove: «Il sogno segreto dei corvi di Orvieto è mettere a morte i corvi di Orte». Che è la versione poetica di “Juve merda” o “Milano brucia”. L’odio tra città, calcistico, negli anni divenuto politico, tra squadre dello stesso posto, della provincia vicina, della regione e infine la divisione tra nord e sud. Biscardi ha solo saputo leggere queste contrapposizioni che un tempo si manifestavano negli stadi. Dopo quelle contrapposizioni anche per l’accavallarsi tra calcio e politica, Berlusconi (presidente del Milan) ha sempre usato le vittorie della Coppa Campioni e della Champions come meriti politici, completando il quadro. Biscardi, ha sempre usato la zona mista, con innesti di fantasisti, apparecchiando giornalisti faziosi – che soddisfavano la pancia e le ragioni dei tifosi – difensori arcigni e fallosi di tesi incontrovertibili, con alieni e fuoriclasse tipo Carmelo Bene e Andreotti che provano a ragionare e a spostare il tiro. Ha condotto campagne che a scriverle sembrano elenchi tratti da libri di Stefano Benni o Pennac, ha anche aiutato Luciano Moggi nella sua dittatura di pensiero e vittorie, di domino e Fantacalcio, né più e né meno di come altre trasmissioni tirano la volata a presidenti e ministri. In questo è arcitaliano, ha una carriera di “sgup” e bugie, ha interviste di tutto rispetto ma si ha sempre l’impressione che non sia adatto al ruolo, e si viene smentiti – come per certi plebisciti di voti – dall’audience che dal 1981 lo premia. Non dirà mai male di nessun potente, della sua squadra sì, e prima di dire qualcosa che possa anche lievemente infastidire qualcuno premetterà che è suo amico e che lo aspetta in trasmissione (anche in questo ha fatto scuola). È quello che Benigni ha reso tormentone, è la premessa che sta prima di ogni malignità, il lasciapassare per dirla. È quello che sentirete arrivare dal tavolo di fronte, dalla scrivania di fianco, l’eterno gioco verbale di carambola e rimando che dai bus arriva alle “arene” in tv. È un giudice senza sentenza, un apparecchiatore di inconcludenza, perché quello che conta non è la notizia ma il tono, per vincere bisogna gridare, sovrapporsi e inciuciare, e lui ha vinto «con vanteria».

[questo è un articolo di 5 anni fa, lo metto ora che è evidente a tutti: Biscardi ha vinto, e con lui hanno vinto i tifosi, l’emozionalità ha battuto il racconto]

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