Intervista impossibile a Osvaldo Soriano, Berlino 2006

Osvaldo Soriano ci aspetta alla Staatsbibliothek di Hans Scharoun, dove Wim Wenders ha girato alcune sequenze de “Il cielo sopra Berlino”. Calciatore, giornalista, scrittore. Esordì con “Triste, solitario y final”. Dopo il golpe militare scelse l’esilio in Europa. In gioventù era stato il centravanti mancino  del Confluencia. Ha scritto meravigliosi racconti sul calcio. Lo raggiungiamo in leggero ritardo.

«Cosa è successo: si è perso?»

«Sì, una volta si diceva a Berlino  in ogni caso non ci si può perdere, si arriva sempre al Muro, ora che si dice?»

«Ah, questo lo ignoro, continuo a preferire Parigi, anche se questo paese ha fatto un ottimo lavoro sull’anima, ci voleva una grande manifestazione sportiva per unire, forse, definitivamente la Germania. Se ti ritrovi a gioire per un gol di Klose, un polacco passato in occidente dopo la caduta del muro, capisci che dopo i 90 minuti non ci sono più differenze».

«Bene per le emozioni, ma il gioco? È un brutto mondiale, o no?»

«Direi proprio di sì. L’ultimo mondiale di calcio-calcio è stato in Messico86, dopo già si vedeva il mostro: il calcio-ogm. Qui nessuno osa, dribbla, si penetra la difesa avversaria solo con i lanci e io mi annoio da morire, pochi campioni, niente gioco, nessun pirata del campo, nessuna sorpresa, l’Africa subito a casa, e con l’uscita della mia Argentina, anche peggio, era l’unica squadra che giocava. È stato uno strano mondiale di campioni tenuti in panchina come Messi, Ruud Van Nistelrooy o Trezeguet e di riserve che si sono alzate per segnare».

«Anche il vostro Pekerman  ha sbagliato i cambi».

«Beh uno come Messi dovrebbe giocare sempre, o meglio io – ma son sicuro anche il mister Peregrino Fernandez – lo avremmo tenuto in campo anche con una gamba sola, le “camisetas albiceleste” meritavano qualcosa in più ma i rigori sono como una pena capital, e il mio è il paese dei paradossi».

«Ha visto Zidane che passeggiava per il campo e poi…»

«Lui non ha mai corso, pensa veloce, fulmineo lancia ma è lentissimo, però non importa uno così si tiene in campo. anche se bisogna dire che ormai Zidane è una istituzione come Cruyff,  tutti lo riveriscono, un direttore d’orchestra che non perde orecchio, basta guardare come ha diretto i suoi contro il triste Brasile, e poi si ricorda Baggio che disse: “sono andato oltre il dolore”, ecco Zidane è andato oltre la stanchezza, ha fatto il giro fino a ritrovare lo spirito bambino del gioco, lui si diverte e si vede, senza più nulla da perdere, è oltre ogni giudizio perché è un giocatorenirvana».

«Aveva previsto la sconfitta del Brasile?»

«No, avrei scommesso tutto su el gordo Ronaldo e su  el niño Ronaldinho. Entrambi, però, mi hanno fatto ricordare un episodio che Jorge Valdano racconta sempre: protagonista il Mono Oberti, idolo del Newell’s, Valdano gli passa male la palla, lui lo guarda come se gli stesse facendo un piacere e poi gli dice: ragazzino, sul piede! altrimenti trovati un altro lavoro».

«Scommessa a perdere, dunque».

«Sì, ma non ne faccio una questione vitale».

«Come sempre».

«Esatto. Veda, vincere è accettare e io non l’ho mai fatto, o si vince rompendo ogni regola, travolgendo l’ordinarietà, oppure è meglio perdere, anche nel calcio. Questo Brasile non sovvertiva nulla, non si divertiva e non dava spettacolo, e poi aveva problemi in tutti i settori».

«Si aspettava un mondiale trasformato in un europeo? Brasile e Argentina eliminati, Uruguay non qualificato».

«No, perché credevo nel tassista Pekerman, anzi, le dico di più ho anche cominciato un romanzo che lo vede protagonista: ascolta in taxi la partita fra noi e gli inglesi nell’ottantasei quella della mano di dio e del gol maravilloso del Maradona re senza regno, e che guardando fuori dal finestrino vede i ragazzini giocare e capisce che quella è la sua nazionale, prima o poi saranno loro ad essere ascoltati per radio, ovviamente se lo finisco lo ritroveranno come inedito. Tornando alla sua domanda, il Brasile era disposto male in campo: troppe stelle e nessun cielo, per l’Uruguay spiace solo per il mio amico Galeano, ma lì il calcio è finito. Le squadre sudamericane si sono tutte arrese alla loro parte più debole».

«Cioè?»

«La questione è ampia, un puzzle di difetti che formano il lato debole, dal compiacimento: è sempre stato così, se ti fermi a rimirarti gli altri ti fanno gol, al pronostico: se tutti ti danno per vincente ti convinci che non puoi perdere e ti culli, l’essere appagate: quindi non cercare mai lo sforzo in più».

«Sta disegnando un calcio sudamericano debole e viziato».

«Lo è, voi vi illudete vedendoli giochicchiare negli spot, ma è un trucco, solo una sporca finzione, il calcio è una cosa diversa, può accadere qualunque cosa quando la palla comincia a rotolare, saperla far rimbalzare aiuta ma non è tutto».

«Così succede che le migliori squadre escano».

«Certo. È nella natura e nella magia del gioco».

«Come le sembrano le europee?»

«L’Italia ha una difesa inviolabile, e contro la Germania ha disputato la partita migliore degli ultimi anni, e se Totti non si spara sui piedi vincete il titolo. La Germania e la Francia sono state le vere sorprese, stranamente, i tedeschi vedevano in Klinsmann e nei suoi metodi una zavorra e invece lui vedeva quello che i giornali non immaginavano, un po’ come i cross di Zidane che trovano Henry oltre gli oceani della stanchezza. E poi i tedeschi sono migliorati ad ogni partita, i due polacchi son ottimi attaccanti, e a Ballack tocca la parte del kaiser, eroico zoppica, gioca e trascina ricordando Beckenbauer con il braccio al collo. La Francia ha Zidane  ed è come avere Chandler compagno di banco all’esame di maturità. Il Portogallo, invece,  ha Scolari che è una forza della natura, li ha portati in semifinale, che volevano di più? E poi spreca più carta di me, l’ho visto consegnare bigliettini anche prima dei rigori contro gli inglesi, dovrebbe fare la pubblicità ai moleskine o scrivere una autobiografia dei suoi mondiali».

«E delle altre?»

«Ho visto una cosa positiva: le squadre non difendono più con quattro marcatori a uomo ed alcune sono tornate alla marcatura a zona. Ma non basta, l’Inghilterra noiosa come il diario di una massaia, la Spagna aveva troppo entusiasmo ed estetica per vincere, l’Olanda si è suicidata con le scelte del cigno Van Basten, il Ghana aveva un buon centrocampo ma l’attacco annegato, il Togo aveva un attacco discreto e il resto inguardabile, insomma l’Africa è un frankestein calcistico, ancora lontano dalla praticità dei campi, il resto è noia».

«Insomma chi vince?»

«L’Italia azzurro tenebra di Arpino che fa disperare, ma poi la spunta».

«Dice sul serio?»

«Certo».

«Non ci credo, noi con la Francia soffriamo sempre».

«Voi italiani siete bravissimi a farvi del male, a scovare i vostri difetti e a non stimarvi per poi meravigliarvi delle imprese che riuscite a compiere. Calcisticamente siete la tradizione che torna, avete la cabala dalla vostra, l’entusiasmo e uno scandalo sulla testa, son tutte cose che fanno bene, si chieda perché i pugili che vengono da paesi sotto dittatura sono fortissimi».

«Perché?»

«Hanno tutto da guadagnare per andare a stare meglio».

«Sarà. Dove vedrà la finale?»

«A casa mia con don Salvatore il pianista del Colon, Mario Carlovich il giocatore della rinuncia, il detective Giorgio Bufalini e il mister Peregrino Fernandez e tutti penderemo dalle labbra del poeta e telecronista Walter Saavedra e dai commenti di Maradona».

«Per chiudere, che impressione le ha fatto Berlino?»

«È cambiata moltissimo, come è giusto che sia, hanno fatto un buon lavoro di maquillage, ma sa che non sono riuscito a trovare Potsdamer Platz, ho anche chiesto in giro, e  tutti mi rispondono: dev’essere da qualche parte, qua intorno».

[uscita su IL MATTINO, il 9 luglio 2006]

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2 thoughts on “Intervista impossibile a Osvaldo Soriano, Berlino 2006

  1. […] da tempio greco: timpano e marmo, tutti vogliono portarti da Carlos Gardel. «No, grazie cerco Osvaldo Soriano». In lingua si dice buscando, e fa pensare a qualcosa che si deve guadagnare. Così sarà. […]

  2. […] da tempio greco: timpano e marmo, tutti vogliono portarti da Carlos Gardel. «No, grazie cerco Osvaldo Soriano». In lingua si dice buscando, e fa pensare a qualcosa che si deve guadagnare. Così sarà. […]

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