Il Papa fuma, forse perché è giovane

Lenny Belardo (interpretato da Jude Law) è un Papa con molti dubbi, divenuto Pio XIII varcando il soglio pontificio, tiene una prima omelia, gesticolando come un meridionale, e con molto ritardo sul protocollo, che sembra quella di un Lutero che beve Cherry Coke guardando il disegno di un bambino americano che chiede lumi sulla posizione di Dio, forse non trovandola su Google Maps. Il giovane Papa dal tetto di San Pietro indica la casa di Dio – che sta dalle parti dell’Orsa Maggiore ed è la metà di una bifamiliare ma con piscina autonoma – al padre confessore, uno che ha male ai capelli come succedeva alla Monica Vitti di Antonioni, mentre risponde tradendo il segreto confessionale. È un Papa che parla ai canguri e non vuole utilizzare la sua immagine ma sottrarsi come Salinger, Kubrick, Bansky e i Daft Punk. Ha una suora al centro del suo papato e della sua Chiesa, Sister Mary (Diane Keaton) che lo ha accolto e cresciuto nel suo collegio, un po’ Madonna (nel senso di madre di Cristo) un po’ madre (nel senso di badessa); un maestro tradito: il Cardinal Michael Spencer (James Cromwell)  che strologa e sputa semi d’uva; e gioca col cinismo del segretario di stato, in una gara alla Frank Underwood (House of Cards) con innesti di Flaiano, contro il cardinale Voiello (Silvio Orlando) che crede al Pipita Higuain, fulcro della sua personale trinità con Insigne e Hamsik, si preoccupa del marketing e delle banche ed ha un handicappato per coltivare il proprio rimorso esercitando la carità cristiana in una equazione adreottiana: la chiesa e/o lo stato per esistere e salvarsi devono anche fare del male, molto male. In Vaticano c’è un solo uomo toccato da Dio, monsignor Gutierrez (Javier Cámara) forse perché beve. Col quale il giovane Papa non esercita il proprio distaccato potere, i suoi modi da padrone dell’azienda ma dialoga in sincerità teologica, tra poesie e citazioni agostiniane, passeggiando sotto le opere michelangiolesche. E poi c’è l’amico di collegio, che condivide con lui suor Mary (un altro tridente d’attacco), il Cardinale Dussolier (Scott Shepherd) una specie di padre Zanotelli vestito da Dolce&Gabbana, che alla puzza di incenso e morte vaticana preferisce quella della merda delle missioni. È una storia piena di forzature, The Young pope che Paolo Sorrentino “crea e dirige”, più le geometrie visive si tengono, la luce è perfetta, maggiori sono le stonature che virano verso l’irrealtà. Più il Papa ossessionato da Venezia la sogna in modo sorrentiniano più lo spettatore si annoia. Più Sorrentino si compiace per come Pio XIII tiene un elegante candido galero (il cappello tondo che piaceva a Papa Giovanni XXIII) a coprirgli gli occhi – col capo basso, disegnando ellissi, a riflesso dei suoi pensieri – più lo spettatore si perde. Ci sono momenti danbrowneschi, nel senso di una visione vaticana tutta a stelle e strisce, con un distacco enorme dalla realtà. Però in Sorrentino più dei segreti prevalgono gli aspetti letterari che bordeggiano una storia di Charles Dickens: il giovane Papa è un orfano che insegue suo padre al quale è legato da un ricordo sbiadito al cancello dell’orfanotrofio di Sister Mary, e a un oggetto che si porta sempre in tasca: una pipa. L’essere orfano non gli permette di avere qualcuno sopra di sé, quindi il Papa non crede in Dio per una carenza di un padre terreno: equazione suggestiva, ma debole. Sembra eletto per scommessa e già nauseato come Jep Gambardella, hanno lo stesso linguaggio figlio di Tony Pagoda e mutuato dal Parise-Morselli-Flaiano, e l’obiettivo comune di mettere in discussione i riti vaticani per farli fallire come se fosse una festa in terrazza (lo spettatore si aspetta da un momento all’altro la comparsa di Toni Servillo). Sorrentino è zemaniano (basta guardare tra le suore che giocano a calcio e alzano il pallone come Ardiles in Fuga per la vittoria di Houston) più imbarca gol più rilancia, ha la personalità per fregarsene del risultato e provare a ribaltare le regole consolidatissime del Vaticano e del suo racconto, l’unica non-democrazia a farsi credere egualitaria e ad avere un orecchio assoluto per gli spostamenti del mondo. È un tentativo: rendere il Papa giovane e pop, in un ideale post-Bergoglio, giocare con la luce di Caravaggio e le correnti politiche dei cardinali che rimandano tutti al Divo Giulio, figlio di Richelieu, Pasquino e Machiavelli, per vedere l’effetto che fa. Illuderci per ripensarci.

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