Dalla cravatta alla tuta

XDalla banca al campo, dalla cravatta alla tuta, dagli sportelli e le transazioni agli schemi e ai campi di calcio: Maurizio Sarri, è figlio del ciclismo, per questo prima di arrivare in serie A ha girato tutta la provincia italiana. È il sogno del calcio, o quello che ne rimane, la lunga trafila prima della serie A. Nessun regalo. Tutto studiato, costruito, atteso. Perché il suo è un calcio da scacchi: figlio delle matematiche, la preparazione di ogni singolo movimento con il calcolo del tempo, la prova stancante degli schemi che sono molti meno dei trentatré che gli attribuiscono, ma che servono a raccontarne la sua meticolosità. Un po’ Zeman per estetica calcistica, verticalizzazioni e sigarette; un po’ Mazzone per la rudezza e la trafila e i denti da stringere sempre; un po’ Manlio Scopigno per politica e filosofia, e molto Amerigo Sarri (il suo papà), ciclista, 37 gare da dilettante vinte, due anni da professionista e poi l’abbandono. Senza vincere con lo sport non si viveva, col ciclismo poi, figurarsi. Scelse l’edilizia che lo portò a Napoli, dove poi nacque Maurizio. Che ha fatto un percorso inverso rispetto a suo padre, prima: la banca, le certezze; poi il calcio, e l’incertezza, perché l’allenatore è sempre un estraneo. «Ho scelto come unico mestiere quello che avrei fatto gratis. Ricordo i pomeriggi a vedere Merckx, ma anche le notti a guardare i match di Cassius Clay: sono un innamorato dello sport». Ha unito la fame della boxe, la pazienza del ciclismo, e le ha portate nel calcio, nell’unico posto dove potevano resistere: Empoli, uno dei pochi laboratori calcistici che coniugano il verbo giocare al futuro, e dove gli imperativi fin dai tempi di Spalletti sono: vivaio e appartenenza. Sarri, invece, sembra un uomo sbucato dal passato, da un’altra Italia, ma solo per la storia e la faccia, se lo senti parlare capisci che è provinciale come lo erano Federico Fellini e Giorgio Bocca, perché lui, non solo ha girato ma ha vissuto, anche se la sua esperienza internazionale non è legata alle Coppe, prima: Lehman, Bear Stearns, Goldman Sachs, Morgan Stanley, Merrill Lynch; poi: Antella, Sansovino, Pescara, Arezzo, Verona, Perugia, Alessandria, Sorrento ed Empoli. «Chi sa solo di calcio non sa niente di calcio», ha detto Mourinho uno che ha cominciato come traduttore e poi è finito in cima. Sarri segue un’altra strada, magari arriverà anche una grande a chiedergli di rischiare, ma alla sua età: cinquantacinque anni, certi incarichi non fanno più paura. Intanto grandi o piccole, Napoli o Juventus, lui non fa differenza: se la gioca, «Vedo una squadra e penso dove colpirla» – chissà quanto ha guardato il Napoli di Benitez, visto il risultato. È un allenatore che non si è montato la testa, ha salvato l’Empoli che tornava in A, divertendo, con un calcio offensivo e veloce, calcolato nell’attacco e nel dispendio e non nel difendersi affidandosi alla fortuna, quando ha perso lo ha fatto sempre giocando, per questo il suo nome e la sua storia piacciono, perché è un allenatore che va sui campi da pirata, che prova ad assaltare le grandi e spesso ci riesce. Legge Bukowski, Fante e Vargas Llosa, regala le biografie dei tennisti Agassi e Djokovic ai suoi difensori, non ha paura di criticare lo strapotere economico nel calcio. Insomma la lezione l’ha data all’intera serie A, una fortuna che gli sia riuscito il salto. Ha capito fin da subito che in questo tipo di calcio solo il piccolo che fa ricerca e si organizza, dandosi una strategia – sì, di tipo militare – può salvarsi, il resto soccombe, o finisce a consumarsi nel rito degli esoneri e dei ritorni: vedi Cagliari. Sarri è ultramoderno: «Leggo, poi lavoro al computer, fino a tardi: video e dati», studia 13 ore al giorno, e va alla ricerca del dettaglio: analisi delle caratteristiche di ogni singolo calciatore, dieta personalizzata e se serve anche allenamento su misura. Il suo Empoli va alla ricerca dei talenti – e li trova –, valorizza quelli consumati dal talento – Maccarone – e preserva quelli acerbi. E tutto questo, Sarri, l’ha imparato in seconda categoria. Perché la virtù ignora il contesto.

 

[uscito su IL MATTINO]

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