Muoiono tutti ’sti stronzi

Sono poche le voci capaci di ricercare la sostanza del vivere e riassumerla in una frase sola. Tanto che quando io e Amleto De Silva ci siamo ritrovati – giovanotti, detto alla Totò  – al cospetto del professor Roberto Vacca – pulpito e pietra di un’Italia che non c’è più – non credevamo alle nostre orecchie, perché era un continuo eruttare di sapere e ironia, alto e basso, e vedere passarci accanto Stefano Benni scostante e infreddolito con occhi solo per il mare, o Adriano Sofri che faceva foto ai cani, rendeva la voce gassmaniana (e anche grassmanniana per i più colti in matematica) di Vacca ancora più alta, ancora più importante, fin dalla divisione del mondo in «stronzi e in poco stronzi», oltre quella arbasiniana. Eravamo in un hotel in Calabria, ospiti di un festival (Leggere&Scrivere), e fin dalle prime battute abbiamo compreso che non poteva capitarci niente di meglio. Vacca – per brevità futurologo – è un incrocio tra Sean Connery e Amedeo Nazzari, imponente, per stazza e tempo attraversato (91 anni, di leggerezza), goliardico e coltissimo, capace di passare da Giovanni XXI, l’unico papa nel Paradiso dantesco, citandone i versi: «Pietro Spano, lo qual giù luce in dodici libelli», al dialetto romano per accompagnare le cadute del tempo presente, colpevole di aver ingoiato – di già – i suoi amici. Potrei dire che la sua specialità è il rendersi eroicomico elargendo piccole verità in bella voce, opponendosi con ironia all’indicibile, all’impensabile: «Lessi la tesi di Hegel in latino, una marea di cazzate»; affilatissimo e pragmatico: «Il medioevo comincia quando quegli stronzi dei romani uccidono Archimede»; o di andare oltre il Woody Allen di “Crimini e misfatti”, raccontando di quando la sorella di Primo Levi lo chiamò ad aiutare il fratello in depressione e lui gli disse: «Primo, fatti l’amante» (metodo Hemingway), ma il grande scrittore non poteva, avendo subito un intervento alla prostata non riuscitissimo, avendo una situazione di sofferenza in casa tra madre e suocera, e non ricevendo soldi dall’Einaudi per i suoi libri. È stato l’unico momento di tristezza, in ore esilaranti di salti logici da numeri a parole (in quasi tutte le lingue del mondo). Vacca è un juke-box, con lui si può parlare di tutto, dalla scrittura alla scienza, dal tempo al sesso, senza limiti. E non si ha mai l’impressione che sia giunto solo ora all’esercizio della libertà – come Scalfari che a 90 anni sfancula De Benedetti –, no, l’irregolarità gli appartiene, e appartiene alle sue amicizie. Juan Rodolfo Wilcock: «andavo a trovare in una casa lungo la Prenestina che era il contrario della sua scrittura, il regno del caos, la sua macchina da scrivere aveva oltre i tasti, fauna e flora, cenere e polvere, e su tutto il penetrante odore zoologico dei suoi due maremmani. Restarci era una sofferenza, però lì c’era lui, il suo mondo fantastico, le due cose erano legate. Con lui c’erano il figlio adottivo, una ragazzetta napoletana di cui mi chiese di avere cura e i suoi stivali di gomma». Anna Maria Levi: «dopo una lunga amicizia mi lasciò in eredità suo marito Julian Zimet, uno sceneggiatore di Hollywood, sfuggito al maccartismo rifugiandosi in Messico prima e a Roma dopo, scriveva film nerissimi e pesantissimi, ma lui era simpatico, ne ha scritto anche uno con Marcello Mastroianni per Vittorio De Sica, “A Place for Lovers”, lui era paralizzato e cieco e io andavo da trovarlo due tre volte alla settimana». Jorge Luis Borges: «avevo scritto un romanzetto “Il robot e il minotauro” e lo mandai a Borges, che mi rispose con un biglietto che diceva pressappoco Espero que alguien me lo leerá. Così, quando venne in Italia, andai all’ambasciata argentina, dove lo scrittore in una grande stanza teneva udienza, c’era tanta gente, lui stava in fondo con una sedia di fianco, l’interlocutore si sedeva e per cinque minuti poteva parlare col maestro. Quando arrivò il mio turno gli chiesi del mio libro, ma complice il casino e la stanchezza, Borges dovette cogliere solo il Minotauro e partì col racconto di questo, con quello che aveva scritto lui, insomma non capì che cosa gli avevo detto». In questo ultimo ricordo c’è tutta la grandezza di Vacca, un altro avrebbe inventato la risposta di Borges, invece lui trasmette non solo il tragicomico incontro, la delusione, ma anche la possibilità che il grande maestro fosse anche un po’ rincoglionito, ridendo di sé prima che di lui. Un editore intelligente, invece di chiedere le memorie a queste comparse che ci passano davanti, pubblicherebbe i romanzi distopici di Roberto Vacca e poi gli commissionerebbe un libro di ricordi o degli amici. La sua matrice culturale singolarissima ne fa un sopravvissuto, con un castello smisurato di pensieri, capace di parlare del doppio regno Mitra (divinità dell’induismo) o di La Spezia e dei suoi progetti linguistici con Giancarlo Fusco, o di vecchi libri di Stephen King come “Umney’s Last Case”, non senza essersi congedato con un consiglio pragmatico: «ogni pasto saltato sono due scopate in più».

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