Higuain e la triste sindrome del tiro sopra la traversa

HiguainIl rigore, quello perfetto, dopo Pasadena lo sapete tutti, è quando va dentro, non importa come, che sia cucchiaio o punta, palombella o fucilata, in un modo o nell’altro, basta che finisca alle spalle del portiere, nella sua porta, che lo costringa alle genuflessione e conseguente raccolta del pallone in fondo alla rete. Persino Heidegger in “Essere e tempo”, girava intorno alla questione, sapendo che non è facile per nulla la vita di uno che va dagli undici metri, in una partita decisiva per la stagione. Che il rigore abbia una logica strettamente pragmatico-maoista, lo sanno anche in Bhutan con relative conseguenze sul Pil e la felicità. Non importa che il gatto sia rosso o sia nero ma che prenda il topo. Purtroppo pare uscire da questa logica e dal tempo che governa le aree di rigore: il povero Gonzalo Higuain. Grande è il disordine che lo assale quando deve calciare i rigori decisivi, cosa che non gli succede con la palla in movimento e lo spazio assediato dai suoi marcatori. Appena viene lasciato solo a calciare e con in palio il passaggio in Champions League o Coppa America, diventa un Calloni qualunque, si fa sciagurato sperperatore, beato scavatore di buchi nella sabbia. Eppure prima è sempre capace di girarla in porta in modi inaspettati e impensabili per i difensori che lo hanno in consegna. Ma, messo in solitudine e con il pallone fermo, viene colpito dalla triste sindrome del tiro sopra la traversa, che vide affetto, tra gli altri, anche Roberto Baggio (che trovò a giustificarlo Enzo Jannacci: il rigore era dentro il suo mondo interiore). Ora si aspetta che un Borges assolva Higuain in versi, che metta in salvo il soldato Gonzalo dalle sue madeleines rigoriste. In attesa va analizzata la sua scomposta rincorsa prima di calciare, il suo pallore troppo troppo Dario Argento prima di arrivare agli undici metri, e il suo sguardo da Bambi che le telecamere raccolgono preannunciando il dramma dell’errore (c’è una foto che ritrae il Messi(a) voltato dall’altra parte rispetto ai compagni, come se già sapesse). Perché non importa che ci sia un Bravo o un Marchetti davanti, che sia Lazio o Cile, ma che il calciatore non connetta la sua paura allo stadio, che il suo terrore non trovi appigli, e che lo slancio al momento di calciare non venga grossolanamente colpito dall’accetta dell’errore. Che insomma la Weltanschauung che genera lo sbaglio non attraversi il corpo, raggiungendo il 2015-07-04T225727Z_285488429_TB3EB741RRGDO_RTRMADP_3_SOCCER-COPA-M26-003-kZKE-U120434148730cvD-620x349@Gazzetta-Web_articolopiede, connettendo tutte le paure non superate del giovane Higuain all’ennesimo momento decisivo della sua carriera che va perduto come cross sbagliati dalla fascia e lacrime nella pioggia (l’altra sera erano tutte di Lavezzi). Per evitare questo e altri errori c’è persino una formula, quella del professor David Lewis dell’università di Liverpool, ma forse non si studia alle giovanili del River Plate, lì seguiranno un altro metodo quello di Don Alfredo Di Stefano o forse si regolano a istinto, vai a sapere. La formula dice (((x+y+s)/2) X ((t+i+2b)/4)) + (v/2) – 1. Dove «v» è la velocità della palla (25-29 metri al secondo), «T» è il tempo tra posizionamento e tiro (massimo 3 secondi), «s» i passi di rincorsa (da 4 a 6), «i» l’ intervallo tra accenno di tuffo del portiere e tiro (mai oltre 0,41 millisecondi), «y» la verticalità della palla e «x» l’ orizzontalità, «b» la scarpa. Il fatto è che tutto questo va bene ma non basta, perché il problema delle formule è di non tener conto dell’emotività; tanto più il calciatore chiamato sul dischetto sarà capace di analizzare il contesto e avrà le capacità per comprendere appieno il momento che sta vivendo, tanto più aumenterà la percentuale di errore, perché l’unica versa salvezza è l’incoscienza: per i rigori e la vita. E se questa enunciazione può essere un vanto per Higuain e il suo eccesso di sensibilità è anche una grave accusa al calciatore e soprattutto al suo ruolo di finalizzatore (mancato e mancante sempre più). Intercettare la traiettoria giusta tenendo a bada l’emotività, è questo che non riesce a Higuain, mirare teppisticamente alla nuca del problema senza un prolungato palleggio del pensiero: un rigore dopo l’altro.

[uscito su IL MATTINO]

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One thought on “Higuain e la triste sindrome del tiro sopra la traversa

  1. […] quella dei cento anni, che infatti si gioca un anno dopo quella vinta dal Cile, e soprattutto quella del rigore sbagliato dall’attaccante argentino, che fece piangere Lavezzi e Buenos Aires, in un fine estate con tempesta, pieno di fantasmi e di giorni bui. Lo sconsolato […]

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