Un tango lungo 25 anni

Il fantastico come nostalgia, diceva Cortázar, un tango lungo venticinque anni: da Maradona a Higuain, ballando con Napoli. Sulla topografia sentimentale. Dai campi ai locali, da la Bombonera al Monumental al San Paolo, dal Samovar de Rasputin al Folies Bergères arrivando a Castel Volturno. Dentro ogni tango c’è una donna, un pezzo di città e il riassunto di una vita, un romanzo in tre minuti. Per farlo ci vorrebbe Enrique Santos Discépolo, il filosofo del tango – figlio di un napoletano – quello che lo definì: “un sentimento triste che si balla”. Oppure Borges, a giocare col tempo e le figure di carnalità e diavoleria, e ancora non basta, perché servirebbero anche gli occhi e le parole di Osvaldo Soriano che si trascina dietro il campo e porta il pallone. Maradona è Carlos Gardel, perché dove c’erano voce e orecchio ci furono testa e mani e piedi, perché quello che era stato già tentato prima raggiunse l’apice, perché drammatizzò ed epicizzò tutto quello che era musica e pallone, e perché è la sua proiezione calcistica, in un attacco a quattro consegnato al secolo passato che lo vede col musicista, Evita e Che Guevara tatuarsi nella nostalgia di ogni argentino, divenendo categoria chiusa, irraggiungibile. Higuain è Astor Piazzolla, che svolta in leggerezza, elettrifica quello che era voluttuoso, è quello che supera il confine della tradizione, che spezza l’incantesimo, torna negli stessi posti per violarli, studia la tradizione per dimenticarla. E dice che si può andare oltre le pene e l’oblio che la notte è passata, che la veglia è finita. Entrambi parlano il lunfardo, la lingua del tango, una parola per ogni sfumatura, rabbia, risentimento e conquista, detta a Napoli e al Napoli, che sempre li capisce, comprende, aspetta. Come le donne del tango, e ci costruisce il sogno. Al posto del vaivén – il coltello – c’è il pallone. Il campo sostituisce la pista da ballo, il resto è epica. Quella che si scrive per ogni gol. Uno dietro l’altro. Impossibile accostarli, ma guardarli andare sì, vedere il percorso che compiono, i traguardi che raggiungono, dopo anni di nostalgia enorme, quasi assoluta per i tanghi maradoniani, silenzi, anche, troppi. E dopo quelli di Maradona-Gardel che ancora regalano sbornie e supremazie, dopo le prove con altri sudamericani, arriva Higuain, che prende le misure alla nostalgia e poi dice alla donna Napoli – nella parte di Tania Mexicán – che si può riprendere a ballare, che ci sono note e parole e nuovo amore per ritentare, e attacca proprio con uno di quelli scritti da Enrique Santos Discépolo. Storie di tango e da tango, un modo di stare al mondo e in campo, con un ritmo felino, che manda a vuoto le marcature, una musica dentro che ti piove addosso e che si trascina dietro piastrelle lontane, e fumo e sedie consumate dal desiderio, anche se quello da stendere spesso non è il portiere. Si gioca e balla coltivando il segreto, trascinandosi l’educazione obliqua alla conquista di gambe e aree di rigore, di donne e palloni, difese e cosce, petti e traverse, avvolgendo e avvolgendosi; una corsa di cavalli che dice emozione e gesto, tentativo e progetto. Il tango serve a riconciliarsi con i propri sentimenti, e nel tango l’uomo guida e la donna segue, sarà per questo che Napoli va dietro a Higuain adesso, come ieri andava dietro a Maradona, e in mezzo si è messa a seguire chiunque con le spine nel cuore e l’attesa in testa. Dopo 25 anni di lamenti e tentativi, illusioni e sospetti, speranze e attese, tristezze e miserie, è l’epilogo di una lunga trama che si ricongiunge in campo. Palcoscenico e confine dove tutto si tocca e l’improbabile si realizza, tra tradimenti e singhiozzi, urla e voglie, seguendo schemi predefiniti, e con la musica in sottofondo. Volver.

[uscito su IL MATTINO]

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