Filippo Ceccarelli: sinfonia e mappa del potere in italia

Dalle strette di mano al cibo, dai complotti alle manie, dal linguaggio alle scarpe, dai fasti alla decadenza, dalle pallottole ai discorsi, dai grandi gesti a quelli piccoli e non trascurabili perché infimi e compiuti da alte cariche dello stato, Filippo Ceccarelli con “Invano” (Feltrinelli) ci regala una vera e propria bibbia dell’antropologia politica italiana, Vaticano compreso. Fatti e osservazioni. In una grande sinfonia di piccoli pezzi che vanno a comporre il grande racconto che connette piazze e corridoi, scranni e poltrone, dagli immobili all’immobilità. Ma Ceccarelli più che un cronista politico è uno scrittore di costume politico, capace di cogliere tutto, quasi un entomologo che guarda agli attori della democrazia come insetti, e di cui ne colleziona corpo e comportamenti, contenitori e contenuto, senza dimenticare nessuno: dai vertici agli ultimi segretari, dai presidenti agli uscieri, c’è sempre un fatto, un segno, una battuta che completa il quadro generale. Una enorme mappa del potere, del contropotere, dei desideri e dei programmi, delle battaglie, delle contrapposizioni e delle alleanze, una sorta di “Infinite Jest” politico che tiene tutto “da De Gasperi a questi qua”. Sembra che ci parli di un mondo lontanissimo come l’Impero Romano, e invece sono “solo” quelli che han fatto l’Italia dopo Garibaldi. Ceccarelli è un integratore di politica, aggiunge quello che non sapevamo tipo Aldo Moro che va a cinema a vedere “L’ultimo spettacolo” di Peter Bogdanovich. Insegue il dettaglio o l’aneddoto che riassumano, che possano spiegare più cose insieme, e quando non lo trova va di romanzo e poesie, trovando l’analogia capace di farsi polaroid; e giù allora con Nelo Risi che riassumere in versi il linguaggio democristiano, o Franco Cordelli de “Un inchino fino a terra” per il Craxi Unno, o l’altro suo romanzo “Il Re di Mantova” per il Berlusconi androgino, o di piazzarci Pietro Citati per farci cogliere il profumo dei democristiani e del potere passato: “tisane, sonno, sudore, borotalco e marmellata di prugne, che intride gli ambienti ecclesiastici”, o Mario Luzi per la “ignominiosa” fine della Prima Repubblica. Ceccarelli scava e ritaglia – come e prima del Nanni Moretti di “Aprile” –, ma soprattutto monta e ricorda, riuscendo persino a mettere insieme le correnti Dc, che pure uno come Francesco Rosi si domanda – ne “Il caso Mattei” – Ma come farà la gente a capire il gioco delle correnti Dc? E allora eccoli suddivisi per geografia e soprannomi, caratteristiche, pregi e difetti e linguaggio, cacciatore e predato. Sembra di attraversare le stanze di un museo e poi di uscire a rimirare l’oggi da un grande terrazzo. E qua e là ci arrivano anche delle note personali, delle impressioni del giornalista che va a vedere i mostri da vicino, che ne tasta i sentimenti, passando in rassegna i loro ambienti, cercando nelle pieghe delle giacche o del viso la decadenza che li stava investendo, come se si chiedesse sempre: Dopo che succede? Ma senza rancore, piuttosto applicando le letture pasoliniane, e una delle sue tante profezie, in questo caso quella delle “maschere funebri”. O quando racconta dei rimproveri di Bettino Craxi via fax da Hammamet, dove è perso tra furia, malinconia e diabete. Il leader socialista viene restituito attraverso il suo corpaccione che irrompe e spariglia, in una costante spallata: di lingua e movimenti, fino all’ultimo, quando non ci sta nella bara che arriva dall’Italia e dopo varie peripezie nella calca si ritrova un fotografo che cade nella fossa, metafora e anticipazione di quello che succedeva in Italia. Precedentemente troviamo Gabriele Cagliari, presidente dell’Eni, prima di togliersi la vita, che definisce le carceri italiane: “Uno strumento di tortura, un serraglio per animali senza teste e senz’anima”. Aveva sicuramente ragione, ma nella ultima sofferenza lasciava anche trasparire una lontananza dalla realtà che era di tutta la classe dirigente successiva al dopoguerra, perché quelli in galera c’erano stati, o in esilio, e forse per questo erano rimasti più attenti sia alla moralità che alle libertà. Ma con l’allontanamento dalle macerie e dal passato, c’è stata una dimenticanza fisica di quel dolore e una voglia di rimozione accelerata dagli anni di piombo. È nel decennio Ottanta che tutto comincia a correre, fino a quando i margini diventano centrali, gli estremi si rovesciano, e arriva la seconda Repubblica. Non è un caso che Ceccarelli introduca l’esperienza comunista italiana con Eraclito ripreso da Jung, e seguito da Togliatti, in pratica filosofia, psicoanalisi e pragmatismo che dall’Antica Grecia rimbalzano fino a Yalta e arrivano all’Emilia Romagna, dove i compagni rispondevano alla domanda di Giorgio Bocca su Cosa è il socialismo? Con il capitalismo gestito da noi. E a gestire quel socialismo a Roma c’erano quelli come Pino Antipasqua, giovane studente calabrese della sezione nella borgata Romanina, capace di salvare una suicida cucinandole della carne e di accogliere il prossimo conscio di rappresentare una Istituzione; e quelli come Enrico Berlinguer uno che risparmiò al partito “intrighi, vanità e delusioni” come scrisse Rossana Rossanda. Perché Berlinguer era davvero il romanzo più bello della Prima Repubblica, una sorta di personaggio saltato fuori da una graphic novel, attraversato da un vento malinconico che gli scompigliava i capelli ma non i pensieri, capace di rappresentare meglio di chiunque il pronome Noi proprio perché avvezzo alla solitudine, come quando per dei disguidi tra partito e prefettura se lo dimenticarono a Caprera, dove era per celebrare Garibaldi, e lui con la mazzetta di giornali sottobraccio si mise a girare, senza arrabbiarsi, per poi dire ai suoi. “Mi sembrava troppo bello per essere vero”. Uno al quale Ho Chi Minh chiese come stava la Pietà di Michelangelo, colpita a martellate da un ungherese pazzo. Uno che aveva una faccia che mal si intonava alle camicie figurarsi alle cravatte, ma che trasmetteva orgoglio a chi quella faccia l’aspettava e la sovrapponeva alla bandiera rossa, e che a Laura Betti, nella camera ardente di Pasolini, trasmise una indimenticabile intensità. Si stacca dalle masse che lo sostenevano e anche dal resto che lo criticava, grigio, un po’ curvo, rimane, dentro chi ha fatto in tempo se non a volergli bene almeno a stimarlo, lui che sembrava così lontano dall’ingombro che rappresentava, così leggero rispetto ai pesi che portava e che spingeva, al quale toccò il rovescio, di morire da attore, essendo un timido, esposto nel momento più tragico, perché spinto da quella che oggi è una passione di cui vergognarsi, e che invece allora era una forma di curioso altruismo misto a esercizio culturale. Dopo vennero gli scomposti, le maschere, la volgarità, la semplificazione e il marketing, venne la Lega e lo sdoganamento del fascismo, venne Berlusconi e con lui anche il peggio della politica e degli italiani, l’esposizione dei difetti e l’abbattimento del limite. Il resto è noia, come previsto da Califano e Bolaño.

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