Sudamerica: futbolisti lost in translation

Rien ne va plus, gira la palla e con lei anche il mondo del calcio. Cambiano numeri e nazioni, cadono calciatori e si modificano costellazioni calcistiche. Col Brasile esce l’ultimo pezzo di Sudamerica rimasto al mondiale, come nel 1982 e nel 2006. Saudade. Sì, tanta. Di quando la Seleção riusciva a non essere egoista, era il 2002. Il resto è sconfitta. Occhi al cielo in cerca di Dio e sguardo al passato, quando c’erano l’uomo e la squadra forte. Argentina, Colombia, Uruguay e Brasile. Con un discorso a parte per il Messico. Fifa: abbiamo un problema. Se il Brasile non può che notare i progressi fatti dall’allenatore Tite; l’Argentina ancora non si è ripresa dal disastro di Sampaoli e dal conseguente ammutinamento – la crisi è tutta nel suo chiedere a Messi se può far entrare Aguero –; se la Colombia torna a casa festeggiata, forte di una uscita con diverse ombre d’ingiustizia e senza James Rodríguez; e l’Uruguay si gode la favola di Tabárez col rammarico di aver giocato la partita più importante senza il suo uomo migliore – Edinson Cavani –; se il Messico – forte delle vittorie giovanili e olimpiche – vede i suoi evidenti avanzamenti tecnici; nel complesso il risultato del continente è scarso rispetto alla tradizione e alle aspettative. Venuti meno gli uomini forti: Messi e Neymar, che con Ronaldo rappresentavano i grandi calciatori che sembravano dovessero decidere tutto, il mondiale invece ne ha rigettato le doti ed evidenziato i difetti: l’argentino ha un evidente problema ambientale, nonostante si sfascino e ricostruiscano squadre per lui, i risultati dai mondiali alle Copa América rimangono deludenti; il brasiliano è stato ridimensionato dal Var e dalle marcature belghe, finendo per essere trasformato da icona in meme; e Cristiano come terzo supereroe pallonaro ha l’attenuante di aver trascinato una squadra inconcludente basato sullo schema palla a Ronaldo e tutti ad abbracciarlo dopo il gol. In un mondiale molto fisico, con squadre chiuse, che spesso sono avanzate trovando e ritrovando il gol su calcio piazzato, le sudamericane sono sembrate delle selezioni bambine che hanno perso la fantasia e la gioia di cercare il gol, di divertirsi giocando, affidate completamente al grande calciatore che appena rimaste senza si sono smarrite. Ed è uno smarrimento che dura da un po’, l’Argentina sta per congedare una generazione con “zero tituli” avendo tra i suoi calciatori sicuramente un grandissimo come Messi; il Brasile e la Colombia sono in ripresa ma è una ripresa lenta; l’Uruguay è stabile e comunque è sempre un miracolo rispetto alla dimensione geografica e al contesto che produce calcio. Molte cose le racconta già l’albo della Copa América: l’Argentina non vince dal 1993; il Brasile dal 2007; l’Uruguay dal 2011; la Colombia dal 2001; il Cile che ha vinto le ultime due edizioni del torneo non si è qualificato al mondiale. Ma il vero problema del Sudamerica è l’Europa, che lo spolpa e lo modifica. Prima venivano in Europa solo i più grandi, che conservavano identità anche nel back and forth, e soprattutto venivano pochi calciatori: la massa rimaneva nei campionati importanti sudamericani; oggi quei campionati sono poveri di soldi e talenti, e i calciatori che partono – giovanissimi – assumono una identità altra rispetto alla natura calcistica da dove provengono, finendo per essere dei futbolisti lost in translation, degli ibridi; a questo che è un vero e proprio virus ha saputo rispondere solo Tabárez anche perché era il solo tra quelli delle nazionali (Tite, Sampaoli, Pekerman) ad aver allenato in Europa e conoscere bene tattiche e pensiero calcistico del continente. Non a caso l’allenatore del Messico, che ha fregato la Germania, evidenziandone limiti e presunzione, Juan Carlos Osorio studiava il Liverpool. La globalizzazione del calcio ha finito per fregare la parte più fantasiosa del mondo contaminandola e condannandola, la parte che produceva coraggio e sperpero e che non vediamo più, è estinta. Oggi si elogiano gli stop di Marcelo non vedendo la caduta rispetto a Roberto Carlos o Cafu; Neymar – che ora evoca Dio e vuole riflettere sul suo ruolo – così osannato, nella nazionale brasiliana dall’1982 al 1994 avrebbe fatto la panchina; a Bogotà si rimpiangono Valderrama e Higuita; per non parlare dei paragoni con Maradona che, però, prendendo vivacemente a cuore le difese della Colombia ha applicato a istinto una idea politica guevariana, si è fatto portatore di una istanza di unione e di generosità che dalla politica di federazione alle squadre in campo: manca, e si sente. Rien ne va plus, la palla è ferma ma è laggiù, in Europa.

[uscito su IL MATTINO]

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