I dubbi del maratoneta

L’allenatore che dubita dei suoi dubbi ha vinto il titolo d’inverno. Da Napoli al Napoli. Nel giorno del suo compleanno – Maurizio Sarri nasceva cinquantasette anni fa – riporta la squadra in testa e chiude il girone d’andata con un mucchio di dati a suo favore, ma non avendo mai visto vincere una maratona a ventuno chilometri, “bisogna ancora correre”, come ha ribadito nel post gara, riportando tutto al campo, quello della prossima partita: le cose vanno bene ma c’è ancora da pedalare. Benvenuti nel mondo in salita disegnato da Sarri, l’allenatore patriarca, che riesce a venire dal passato e a essere postmoderno. A volte gioca al ribasso sapendo di aver stravinto, buttando i dubbi avanti, e sembra Nereo Rocco, che quando gli auguravano: «Vinca il migliore», rispondeva sarcasticamente: «Sperèmo de no». A volte sembra Manlio Scopigno, per l’ironia che ci mette e il disincanto: «Dove pensava di arrivare a metà stagione?» e giù il dubbio: «Pensavo solo di arrivarci». Invece, c’è arrivato nel migliore dei modi. Madre Teresa di Calcutta diceva: «c’è sempre un posto dove puoi sentirti straordinario, devi solo lasciare che quel posto ti trovi». Il posto di Sarri era il suo luogo di nascita. Anche se la profezia ci ha messo diversi anni e decisioni, campi e sconfitte, passando per Frosinone, e un po’ più su il miracolo che allineava il tutto è avvenuto a Milano col Sassuolo che batteva l’Inter. A parte aver trovato il posto dove essere straordinari – con la propria riserva s’intende – Sarri è riuscito in una serie di cose non proprio facilissime. Ha capitalizzato al meglio le individualità portate al Napoli da Benitez: Higuain, Reina, Koulibaly, Insigne, Jorginho, Gabbiadini, alle quali ha aggiunto l’uomo in più: Allan; sublimandoli con un pensiero calcistico che rimette al centro il gioco di squadra. In pratica ha realizzato il progetto di Aldo Moro e delle sue convergenze parallele. C’è arrivato con pragmatismo – che è la sua dote maggiore, dalle interviste alla lettura sul campo degli incontri – e rivedendo le proprie idee, correggendo il modulo di partenza, e trasformando il Napoli in una squadra laboratorio che è in continua evoluzione. Sono i dubbi, bellezza. A parte il carico di quelli sarriani, c’erano quelli di una parte della città che rimpiangeva Benitez e temeva il ritorno in provincia dopo l’internazionalizzazione – ignorando che questo paese produce provinciali di mondo –; c’erano i dubbi di Maradona, eterna reliquia consigliata male; e c’erano i dubbi di chi riversa sulla squadra tutto l’arco di aspettative possibili: da quelle sociali a quelle culturali. Ma Sarri prima di essere un allenatore con i dubbi, è un patriarca: con un linguaggio calcistico, un mondo (ha girato più piazze di Gigi D’Alessio) e una storia che è una scommessa su se stesso: mentre a cinema Checco Zalone santifica il posto fisso e il realismo magico democristiano che lo produceva – con un evidente riconoscimento religioso da parte della cultura di massa –, lui è tra i pochi che può vantare di aver scelto l’incerto calcistico, nel ruolo del precario per eccellenza, rispetto alla certezza del suo ruolo in banca – transazioni tra grandi istituti – in un percorso al contrario del protagonista di Trainspotting e di Zalone. Ha scelto il campo. Allena, legge, studia e non lascia nulla al caso, in un approccio calcistico postmoderno, avvitato su una capacità umano-patriarcale di parlare ai calciatori: chiedete ad Higuain. Fra qualche anno vedrete la sua faccia illuminarsi come quella di Totti per Zeman, Milito per Mourinho, Ibrahimovic per Capello, quando gli chiederanno di Sarri, perché è evidente lo scarto tra ieri e oggi. E non sarà il solo, vedrete scintillare il suo nome sui volti di Hamsik restituito al ruolo e al gol, di Callejon che sta scoprendo che si possono continuare a uccidere tori anche senza segnare, di Jorginho che si diverte come solo da ragazzino con sua madre in spiaggia in Brasile, di Insigne e Mertens che stanno scavando il loro spazio nel calcio, per non dire dell’intera difesa che sembrava una famiglia dopo un uragano: gli ha ridato un tetto, uno posto e una storia. Tutto questo grazie ai dubbi, alle prove e al giro del pensiero sarriano, che è una grossa catena di montaggio sempre in funzione. Macina video, si proietta continuamente al dopo, senza ansia ma con la voglia spiccia di incidere, di mettersi in pari col maestro Arrigo Sacchi, sovrapponendo schemi e lingua, possibilità e calciatori, alla ricerca dell’essenza del calcio. Ogni gesto, parola, scelta di Sarri sono una dichiarazione d’amore verso il gioco, di cui è un fedele soldato: per questo mette la tuta, annullando le differenze, confondendosi al campo, legandosi alle partite. Come tutti quelli che provano a cambiare le cose, non sa se l’impresa riuscirà, intanto lo fa. Mentre intorno continua a seminare dubbi, è la pre-tattica: più Socrate che Sacchi.

[uscito su IL MATTINO]

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4 thoughts on “I dubbi del maratoneta

  1. […] qualcuno che salva? Per esempio tra gli allenatori che sembrano ancora avere tratti umani. «Uno è Sarri, anche se l’ho trovato a schiuma leggermente frenata rispetto a Empoli, però era normale. È uno […]

  2. […] mancata da José Altafini, e che ancora non è stata ripetuta nonostante il gioco del Napoli di Maurizio Sarri sia il migliore espresso nella storia della squadra, figlia anche dell’illuminismo di Rafa […]

  3. […] È sempre severo col gioco italiano, ha visto quello del Napoli che sembra olandese-catalano? Conosce le idee di Maurizio Sarri? […]

  4. […] persona, quindi non mi appartiene. Seconda: proprio l’altro giorno Bianciardi mi parlava di Maurizio Sarri come un incrocio tra Manlio Scopigno, Helenio Herrera e Nino Bixio. In virtù del fatto che il […]

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