Napoli, campionato 2017-2018: un bilancio

Volendo parafrasare la massima calcistica di Gary Lineker, che è l’Andreotti del pallone: «Il calcio è un gioco che si fa in undici, e alla fine vince la Germania», potremmo dire: «Il calcio è un gioco che si fa in undici, e alla fine, in Italia, vince la Juventus». Poi, a seconda delle latitudini e con accenti diversi, verrebbero aggiunte le locuzioni: «con merito» e «senza merito». Una sorta di tranquillità sociale,  come l’approvazione della finanziaria e il discorso di fine anno del capo dello stato, intervallata da tentativi e dibattiti. La Juventus prima che una squadra è una azienda, e prima di essere una azienda è un partito politico, e sotto sotto è una lobby culturale, e in fondo in fondo è una bandiera di riscatto il cui motto per ironia della sorte è: «Vincere e vinceremo» e poi davvero vincono, ma urlato dal capellone Nedved non da Mussolini, si sa lo slogan si presenta due volte, la seconda come grido da ultrà. Poi, sotto, in senso di classifica, e di fianco, nel senso geografico, ci sono le altre, intese come squadre che provano a contenderle il titolo, e per trovare qualcuno che le stia sopra, nel senso di vittorie, bisogna andare in Europa. Insomma, il catalogo è questo, da sette anni, aggiungete il passato – compreso dei gol di Turone e Muntari – e capirete che il Napoli nel campionato 2017-2018 è andato oltre se stesso. Per trovare un paragone bisogna pensare al Pci delle Europee 1984, che, non a caso, agiva in un sistema bloccato, riuscendo persino ad andare sopra di qualche punto: un evento storico, il resto sono mugugni da curva e urla di Nedved, che no, non è Cossiga, altrimenti la Juventus avrebbe già vinto la Champions League. Ma il pallone è politica? Anche. Gli stadi sono gli ultimi luoghi del conflitto, e il post partita l’unico momento di autentico dibattito, con le squadre di calcio come sola appartenenza autentica rimasta agli italiani. Per questo ogni volta che il Napoli perde (e in questo campionato è accaduto solo tre volte: con Juventus, Roma e Fiorentina) è una quasi tragedia. Per questo ogni volta che si fa male qualcuno fondamentale come Milik e Ghoulam, è come se ci fosse un rimpasto di governo, con nuova ricerca della fiducia e riassetto e modifiche in campo e in testa, negli spazi e sugli spalti. Ma per questo arrivare secondi – dietro tutto questo – è una grande impresa, stare a ridosso di una squadra-mondo con una squadra-nazione, è un grande risultato. E per capirlo – visti i lamenti contro il presidente Aurelio De Laurentiis colpevole solo d’una oralità compiaciuta, di un racconto straripante e di un ottimismo da Italia anni Sessanta – che bisogna ricordare Martín Alonso Pinzón, no, non un calciatore del Siviglia e nemmeno un allenatore dell’Almeria, ma il capitano della caravella denominata Pinta che navigò a fianco di Cristoforo Colombo alla scoperta del Nuovo Mondo. Pinzón non è meno importante di Colombo, anzi, ed ha comunque il suo posto nella storia, solo che in questo periodo prevale l’ossessione della vittoria; in realtà gli uomini come Pinzón prima, e le squadre come il Napoli hanno fatto di più, hanno salvato il campionato, il calcio, e di conseguenza anche il dibattito. Maurizio Sarri e la sua squadra hanno applicato quello che Vincente Del Bosque disse quando gli diedero il Pallone d’Oro della Fifa come miglior allenatore dell’anno: «Tutti noi che viviamo nel mondo del calcio e ne subiamo il fascino vogliamo vincere, ma abbiamo l’obbligo di difendere il calcio, di averne cura, coccolarlo, trasferire nel nostro lavoro il meglio della nostra etica e della condotta personale». Per questo la novella calcistica napoletana, al terzo giro di campi di Maurizio Sarri anche se ha modificato il lessico, rimane il migliore racconto del calcio italiano degli ultimi anni post-sacchiani, e la seconda narrazione della sua storia, claro, dopo quella maradoniana. Moderando l’accanimento espressivo e lavorando ancora di più sulla tenuta silenziosa del pallone, con un numero minore di gol segnati e una distribuzione maggiore di reti – ha segnato non solo Albiol ma Allan che faceva piangere Guidolin a Udine, e che quando lo vide segnare in allenamento si inginocchiò a ringraziare per il miracolo – il Napoli ha perso in goleade ma ne ha guadagnato in quadrature, in quasi ogni reparto, con due debacle da quattro (Roma) e tre (Fiorentina) gol. Ha segnato di meno, ma non ha smesso di divertire, portando a casa però solo l’effimero titolo di campione d’inverno, poco rispetto alle aspettative generate. Complice la stagione cominciata ad agosto con i preliminari di Champions League, l’arrivo è stato in affanno sul finale, generando il vero grande dibattito intorno alla squadra: l’annoso turnover, con gli occhi di De Laurentiis un avvicendamento praticabile – omettendo i disastri delle seconde linee, quando queste erano invocate da piazze, curve e giornali –, con gli schemi di Sarri: una missione impossibile. Questo il vero nodo di una stagione che meriterebbe solo i superlativi positivi, ma che così non è. Rui – pur bravo – non vale Ghoulam: gli mancano centimetri e forza e pragmatismo islamico; Diawara – pure bravo – non verticalizza come Jorginho, giocando nel singhiozzo dei due tocchi, in pratica come un rapper che subentra a un direttore d’orchestra; Adam Ounas risulterebbe effimero in confronto con Callejon o peggio con Lorenzo Insigne; in difesa poi i subentranti Tonelli e Chiricheș non hanno mai raggiunto la necessaria sufficienza da marines che danno quasi sempre i titolari, tanto che Maksimović ha scelto l’imbarco per altri lidi all’embargo della panchina, davanti Milik in apnea dopo il secondo infortunio e Mertens in affanno dopo le tante gare completano il quadro. Se si guarda il campionato con questi occhi si capisce ancora di più l’impresa, oscillando tra le grandi – tra l’affacciata in Europa Maior (Champions) et Minor (EuLeague), e lottando tra i sogni del tifoso e la realtà dei bilanci. È questo il nodo del Napoli, soddisfare la domanda d’arguzia plebea che chiede ossessivamente lo scudetto – mai così vicino come in questa stagione – o provare a svoltare assicurandosi una continuità e tranquillità mitteleuropea – vero obiettivo delaurentiisiano. Il nodo, che dal campo arriva al Vesuvio –  quest’anno invocatissimo da molte curve, ultima quella della Sampdoria – è dover conciliare il metiri (la misura in latino) e il metis (saggezza e sapienza in greco). Poi c’è la verità incontrovertibile che ha mandato in tilt la stagnante situazione calcistica italiana:  il Napoli mette a nudo il pallone, lo condanna a uno sforzo superiore rispetto all’espressività del gioco consueta, procurando uno strano tic all’occhio destro di Massimiliano Allegri ogni volta che gli domandano come mai la sua squadra giochi così male. Che non si aspettava né di perdere a Torino né di trovare un Napoli combattivo quasi fino alla fine. Alla settima giornata la squadra di Sarri era in testa, a dicembre si fa superare, poi torna in testa e chiude l’anno con molta – troppa – speranza. Tutto il girone di ritorno è una lotta a due, con Allegri che dichiara: «fino a sette punti di distanza, ci può stare». Juve e Napoli staccano il resto e annullano le ambizioni delle altre, dove ogni pareggio sembrava la maggiore delle elargizioni, e dove però sono arrivate due sconfitte pesanti che poi hanno condizionato la stagione del Napoli. Sicuramente la partita più bella è stata all’Olimpico con la Lazio, in recupero dopo aver subito un gol, col secondo tempo che mostra il meglio dei dogmi sarriani, e con Mertens che segna il suo gol più bello, un gol maradoniano, accendendo un fuoco di aspettative che fa pensare al Napoli come a un boa constrictor capace di stringere tutti nella morsa geometrica dei passaggi, in una pressione che in poco consuma le difese avversarie, e che porta a una facilità – apparente – di vittorie. Tutto questo mentre la Juventus, a smozzichi e bocconi continua a vincere, la differenza salta agli occhi: il Napoli viaggia in scioltezza, selvaggio, più attento, mentre la Juventus arranca, è sporca, ma trova sempre il gol per non perdere il passo. Sono due mondi lontanissimi che si affrontano, due concezioni diverse di società, con due allenatori che non potrebbero essere più distanti: dal lessico, all’abbigliamento, cominciando da come dispongono gli uomini in campo, e poi Allegri ha una panchina che sembra l’armadio delle giacche di Gay Talese, anche se chiude gli occhi pesca un calciatore che cambia la partita, e sarà questa la sua forza. Sarri si attiene a una dieta precisa che vede l’avvicendamento Hamsik-Zielinski. Intanto tutti dicono che il campionato si risolverà nello scontro diretto a Torino, e così dopo anni di assolutismo, c’è una partita che è quasi una finale – poi al Napoli non basterà aver vinto – intorno alla quale si può costruire una epica (soprattutto in chiave napoletana) e sognare lo scudetto. Sì, la novità è che viene nominato, non solo invocato, perché è evidente che possa succedere, che si possa concretizzare. Così quando Koulibaly salta su Benatia, come un Pelé70 a Città del Messico, saltano tutti, meno il difensore juventino che guarda il senegalese salire e schiacciare come un pallavolista, infilando Buffon, e realizzando un gol che genera una esplosione da scudetto, una festa che è liberazione, una notte napoletana da farci l’amore ma prima da andare in aeroporto per accogliere la squadra, e coagularsi, perché è successo, si può fare. E proprio quell’entusiasmo, unito alla tenuta psichica della Juventus ha preparato la caduta. Il gol di Koulibaly è l’ultimo colpo di scena possibile, è la somma di tutta la bellezza costruita sui campi, delle vittorie meritatissime del Napoli, ma è anche l’effimero, è l’estetismo napoletano, l’immediatezza della gioia, che si scontra con la catena di montaggio juventina, che neppure dopo una partita da provinciale, dove ha subito gioco e testa, e poi anche una sconfitta e per giunta in casa, molla la presa. Anzi. Il Napoli a meno uno, non basta. Dopo una settimana dalla scalata di Koulibaly, la Juventus batte l’Inter (grazie all’arbitro che non espelle Pjanic e a Spalletti che in un calo di zuccheri toglie Icardi sul più bello) e il Napoli mostra come crolla una diga, sparendo in albergo prima, come dirà Maurizio Sarri, e sotto i gol di Simeone, dopo. Fine del campionato. Apertura di una campagna elettorale per rieleggere Sarri o trovare un nuovo allenatore capace di andare oltre, non il gioco, ma la Juventus, divenuta ossessione, nella sua invincibilità plurifattoriale: che abbraccia i campioni in campo e l’esercizio di uno strapotere economico e politico fuori dal campo, con le pressioni di un lobbismo spudorato che diventa confidenza e abuso. Come ha scritto Angelo Carotenuto: “Lo sanno bene in Nba, dove qualche dollaro gira: nell’ America liberista, non in un soviet, si preoccupano di tutelare equilibrio e concorrenza. Se ogni volta vincono i supereroi, finisce che al cinema non ci andiamo più. Perfino la Marvel l’ ha capito”. Lo ha capito De Laurentiis, che in molti hanno guardato come il Nenni nella stanza dei bottoni, è piuttosto un Craxi spregiudicato con molta più fortuna dello statista socialista. È lui la speranza non solo del Napoli, ma per un paradosso: del calcio italiano, applicando Eugenio Montale: “Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”.  Con la sua irruenza, le sue uscite, i suoi errori, e l’esercizio dei giochi capita(ca)l©istici, ma senza non ci sarebbe stato un campionato più avvincente degli altri europei, che non era già finito a febbraio.

[uscito su IL MATTINO]

 

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